Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Sono piegato a novanta gradi, le mani ancorate al bordo del tavolo che sento freddo sotto i palmi, mentre il mio intero universo si restringe allo spazio che la mia divina Padrona occupa alle mie spalle. Nudo, esposto, percepisco il frugare metodico della sua mano nella borsa, un rumore di oggetti che si scontrano che anticipa il mio destino. Sento i suoi occhi indugiare su di me, una carezza invisibile ma pesante che mappa la mia sottomissione: tengo le gambe divaricate al massimo, offrendo alla sua vista il pendolo della mia virilità e la vulnerabilità del mio ano, curando che ogni muscolo sia rilassato affinché il “suo” buco sia una porta aperta, un invito senza riserve. La goccia di precum che scivola lenta dalla cappella è il primo tributo della giornata; lei la raccoglie con un dito, un gesto di un’intimità cruda, e me la porge da succhiare. «La mia cagnetta è già bagnata e non abbiamo ancora iniziato», sussurra, e il calore del suo fiato sulla nuca mi fa vibrare fin nel midollo. Ha ragione: il mio corpo ha già smesso di appartenermi.
L’olio che estrae dalla borsa non è solo un lubrificante, è il veicolo della mia sconsacrazione. Sento il getto tiepido che colpisce la parte alta della schiena e inizia la sua discesa gravitazionale, un rivolo viscido che percorre la spina dorsale, invade il solco tra le natiche e prosegue il suo cammino verso i testicoli, avvolgendo l’asta in un abbraccio scivoloso che si fonde con la mia eccitazione. Inizia allora un massaggio lento, ipnotico. Le sue mani esperte distribuiscono l’unto su tutto il sedere, trasformando la pelle in una superficie specchiante. Sento le sue dita indugiare sullo sfintere, premere con una promessa che non ha fretta di compiersi. La Padrona è una maestra del tempo; sa che l’attesa è una forma di tortura squisita. Passa a ungere le palle e l’interno coscia, zone che sotto il suo tocco diventano ipersensibili, pronte per l’invasione imminente.
Quando finalmente decide di entrare, lo fa con un dito solo, godendosi lo spettacolo del mio cazzo che, di riflesso, aumenta di volume, colando un misto torbido di olio e desiderio. È un’esplorazione interna così profonda e rilassante che quasi non mi accorgo quando le dita diventano due, mentre l’altra mano inizia a mungere il pene con un movimento ritmico di scappellamento. Sono in estasi, i miei gemiti riempiono la stanza, ma lei spezza il ritmo della penetrazione con sonore sberle sulle chiappe unte. Lo “SCIAC” che risuona nell’aria è il suono della mia pelle che cambia colore; so bene che tornerò a casa con il culo viola, un tatuaggio di lividi che porterò con orgoglio sotto i vestiti civili come il marchio segreto della mia appartenenza.
Ma il culmine della manipolazione deve ancora arrivare. La Padrona afferra i miei testicoli, li stringe e li colpisce con schiaffetti che riverberano nelle mie viscere, poi decide di sigillare la mia agonia: le lega con un laccio di cuoio, stringendo finché non le sento gonfiarsi per il sangue intrappolato, e vi appende un peso. La sensazione del piombo che tira verso il basso, che tenta di strapparmi le palle mentre lei torna a concentrarsi sulla mia “mungitura” anale, è un paradosso di dolore e piacere assoluto. Le dita nel culo diventano tre, scivolando in una cavità ormai totalmente arresa e lubrificata. Il peso oscilla freneticamente a ogni colpo della sua mano, a ogni affondo delle sue dita, e io mi sento una vacca da monta nelle mani di un’allevatrice spietata e sapiente.
La sessione si protrae per un tempo infinito. La Padrona non cerca la mia fine, cerca la mia saturazione. Solo quando legge nei miei occhi e nei miei muscoli tesi la capitolazione totale, mi concede il premio: sborrare a terra, tra le mie gambe, in un fiotto che sembra liberare giorni di tensione accumulata. Ma non è la fine. Continua a sfondarmi, inserendo il quarto dito mentre il mio seme è ancora caldo sul pavimento, per ricordarmi che l’orgasmo non è un congedo, ma un debito che continuo a pagare. Solo quando è soddisfatta sfila le dita, lasciandomi il tempo di sentire l’ano che tenta lentamente di richiudersi dopo quella dilatazione impossibile. «Sai cosa fare», sentenzia. Mi inginocchio a quattro zampe e lecco il mio stesso piacere dal suolo, ripulendo ogni traccia del mio passaggio prima di dedicarmi, se sarò degno, al servizio finale della sua eccitazione.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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