La Stirpe delle Crudeli

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Il beep della sveglia non arrivò mai a svegliarmi quel mattino di novembre. Ero già vigile, persa nel freddo uggioso che filtrava dalle fessure delle tapparelle, consapevole che la mia vita, da quel giorno, sarebbe diventata un inferno di seta e perversione. Orfana di madre e con un padre fantasma, ero cresciuta all’ombra di tre donne che non avevano legami di sangue con la pietà: Tiziana, la mia matrigna trentenne, arrivista e feroce; mia zia Patrizia, una predatrice lucida; e mia cugina Adriana, la mia coetanea che aveva barattato l’amicizia con la complicità nel male.

Quel pomeriggio, il calore del salotto mi investì come uno schiaffo. Il camino ruggiva, e il contrasto termico appannò i miei occhiali, trasformando le tre donne in attesa in sagome nebbiose e minacciose. Non ebbi il tempo di pulire le lenti. Un ceffone brutale mi scaraventò a terra, mentre l’appellativo di “puttana” battezzava il mio nuovo status. Tiziana mi afferrò per i capelli, trascinandomi sul tappeto mentre le altre due si spogliavano con una lentezza cerimoniale.

— Spogliati, cagna! — fu l’ordine, sigillato da un calcio allo stomaco che mi mozzò il fiato.

In pochi istanti rimasi nuda, esposta, con il mio seno generoso — una quarta coppa B che sembrava offendere la loro estetica — e la mia intimità ancora intatta, offerta al loro disprezzo. Tiziana sventolò la lettera che avevo cercato di inviare a mio padre per denunciare i loro soprusi. — Per questo tradimento, Elena, sarai la nostra schiava sessuale senza dignità. E ora vediamo come reagisce la tua purezza ai nostri cazzi di silicone.

Tutte e tre indossavano cinture falliche. Patrizia ne esibiva uno nero, titanico, che le ciondolava tra le gambe come un monito d’acciaio. Adriana, invece, accarezzava il suo fallo rosa, promettendomi che mi avrebbe spaccato la figa vergine fino a farmi perdere i sensi. Mi infilarono il silicone in bocca, spingendo fino alla gola per soffocare le mie proteste, mentre Patrizia mi perlustrava tra le cosce, pizzicandomi il clitoride con le unghie affilate fino a farmi sanguinare.

— La cagna è già bagnata, — commentò ridendo. — È una puttana nata.

Mentre ero immobilizzata, sentii un dolore secco tra le natiche: Tiziana mi colpiva con un cucchiaio di legno proprio sul sesso tenuto spalancato dalle dita della zia. La carne iniziò a gonfiarsi, a pulsare. Ero un animale al macello. — Vogliamo che si impali da sola, — decise Tiziana. — Niente carne per lei. Solo plastica e dolore.

Mi legarono le caviglie alle gambe di un massiccio tavolo di noce. Patrizia mi torturò i capezzoli finché non divennero turgidi, poi Tiziana usò delle cordicelle sottili per strozzarli, legandoli alle estremità del tavolo. Ero sospesa, incapace di muovermi se non a costo di strapparmi la pelle. Adriana salì sul tavolo sopra di me, obbligandomi a leccare la sua intimità depilata e umida, mentre mi urinava sul viso come premio per la mia goffaggine. — Il tuo paparino adorerà queste foto, — sussurrò Tiziana scattando col cellulare. — Capirà che sua figlia è una cagna da monta.

Il destino finale attendeva al centro di una sedia. Un cuneo di gomma dura, lungo venti centimetri e a forma di cono, era stato fissato al sedile. Tiziana lo cosparse di un gel al peperoncino, una miscela bruciante che avrebbe trasformato la penetrazione in un incendio. Mi slegarono dal tavolo per legarmi alla sedia: caviglie ai piedi, polsi ai braccioli.

Ero sospesa sopra quella punta inesorabile. Il dolore della stanchezza nelle braccia mi costringeva a cedere millimetro dopo millimetro. Intorno a me, le tre donne consumavano la loro lussuria: Patrizia sventrava Adriana con il cazzone nero, ignorando le sue urla di dolore, mentre Tiziana osservava la scena, eccitata dal sangue che iniziava a macchiare le cosce di mia cugina.

Sentii la punta del cuneo toccare le mie labbra. Il gel iniziò a bruciare, un pizzicore insopportabile che mi faceva contorcere come una forsennata. — Sfondati da sola, cagna, — rideva Adriana, leccandosi le labbra sporche. — Così saprai che è stata colpa della tua debolezza.

Un crampo violento al braccio fu la fine. Cedetti di colpo, scivolando verso il basso. Il cuneo mi aprì in due con una fitta che dal sesso risalì fino alla base del cranio. Sentii le mie carni dividersi, il calore del sangue che colava sulla sedia fredda. L’impalamento fu totale: dieci, quindici centimetri di gomma dura che occupavano tutto lo spazio della mia vita passata. Mi misero una palla in bocca per soffocare l’ultimo urlo e una cinghia di cuoio a segnarmi i seni.

Mi lasciarono lì, crocifissa su quel sedile per un tempo infinito, mentre la mia verginità veniva sacrificata sull’altare della loro crudeltà. Quando finalmente mi liberarono, caddi a terra tenendomi tra le mani la carne spaccata e sanguinante. Patrizia mi guardò con un sorriso gelido. — Il rodaggio è iniziato, Elena. Domani ti depiliamo. Ora riposa, schiava.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 17 Aprile 2026
Modificato: 17 Aprile 2026
Lettura: 5 min
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Generi:
Dominazione & BDSM
Tag:
Dark Erotica, Degradazione, Impact Play, Umiliazione

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