Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
È incredibile come bastino un paio di birre e la presunzione maschile per rovinarsi la vita. Lei, con quel viso da angelo e lo sguardo da demone, aveva lanciato l’esca parlando della sua gastroscopia. Io, tronfio della mia ignoranza, avevo sminuito la preparazione medica: “Due clisteri e sei pulita, fidati”.
In macchina, la trappola è scattata. La sua voce era diventata un soffio canzonatorio che mi eccitava e mi irritava allo stesso tempo. La scommessa era un capolavoro di sadismo: se vincevo io, lei era mia per una domenica intera, corpo e anima. Se perdevo… avrei dovuto assisterla nel suo calvario fecale, notte compresa. Ma la clausola finale era il vero cappio: lei avrebbe diretto il gioco. Sempre. Senza sconti.
Il video che mi ha costretto a girare era la mia condanna. La mattina dopo, a mente lucida, il terrore si è mescolato a una lussuria cupa. L’idea di farmi violare l’ano da quella ragazza che conoscevo da una vita, di liberare le mie viscere davanti a lei, era un’umiliazione che mi faceva mancare il respiro. Eppure, alle 20:30, ero davanti alla sua porta. Senza cena. Già pronto a soccombere.
“Sei pronto?” mi ha chiesto con un sorriso che mostrava troppi denti. “Facciamolo,” ho risposto, cercando di mantenere un briciolo di dignità. Ma la dignità è morta quando mi ha ordinato di restare completamente nudo. Ero lì, esposto, vulnerabile, mentre lei mi studiava con un’aria tra il malizioso e il clinico. Mi ha condotto in camera e mi ha fatto poggiare le mani sulla testiera del letto in ferro battuto. Prima che potessi capire, ha stretto i legacci. Ero immobilizzato, offerto, con le gambe divaricate da un calcio secco alle caviglie.
Sento ancora il freddo del lubrificante e il suo dito che, con una cura quasi crudele, esplorava la mia “rosellina”. Non era solo preparazione; ci godeva. Sentivo il suo respiro farsi più pesante mentre entrava e usciva, sfiorandomi i testicoli “per sbaglio”. Il mio cazzo ha risposto istantaneamente, tendendosi contro l’addome sotto gli occhi di quella ragazza che ora sembrava un’estranea pericolosa.
Poi è arrivata la sacca. Un litro e mezzo di acqua tiepida e sapone. Ha infilato la cannula con una precisione che mi ha fatto sospettare che quel gioco non fosse affatto una novità per lei. Mentre il liquido mi invadeva le viscere, si è seduta sul letto davanti a me, parlando del più e del meno. Il contrasto era intollerabile: lei discuteva di quotidianità mentre io sentivo il mio intestino gonfiarsi come un pallone e il mio sesso pulsare per la sua vicinanza.
“Tienilo dentro,” mi ha intimato mentre andava a ricaricare la sacca. È stata un’agonia. Tre litri totali di liquido che premevano per uscire, mentre lei indugiava in bagno, lasciandomi solo con i miei crampi e la mia vergogna. Quando finalmente ha messo il catino tra i miei piedi, mi sono accucciato. Il rumore e l’odore della mia liberazione hanno riempito la stanza.
“Ahi… ci sono dei pezzettoni,” ha commentato lei con una smorfia divertita. “Sembra che ti toccherà un ‘mangia e bevi’ piuttosto che un’acqua limpida.”
L’umiliazione ha raggiunto vette inesplorate durante la seconda e la terza sacca. Mi faceva domande intime, voleva sapere come scopavo la mia ex, voleva i dettagli più sporchi mentre io cercavo di non farmela addosso. Prima dell’ultima scarica, è venuta vicino a me. “Non avevo considerato di poter perdere,” ha sussurrato. Ha avvolto la mano intorno al mio cazzo e ha iniziato a masturbarmi con un ritmo frenetico e sapiente. Venni in un lampo, un fiotto di sperma che lei ha raccolto con la mano e, con un gesto che mi ha gelato il sangue, ha leccato via completamente.
Mi ha baciato, il sapore del mio seme ancora caldo sulla sua lingua, mentre io esplodevo di desiderio e di dolore intestinale. “Adesso svuotati per l’ultima volta. Perché dopo… l’alito sarà pesante.”
L’ultima scarica nel catino è stata la resa definitiva. Mi ha slegato le mani e ha pescato un bicchiere di quell’acqua torbida, giallastra, figlia delle mie viscere. Me lo ha teso. Non c’erano pezzi grossi, ma il pensiero di ciò che stavo per fare era un abisso. L’ho guardata negli occhi, ho cercato nei suoi occhi verdi la promessa della domenica successiva, e ho bevuto. Tutto. Alla goccia.
Lei è rimasta a fissarmi con un’espressione indecifrabile, poi ha sorriso. È andata in bagno ed è tornata con uno spazzolino da denti nuovo. “Ti fermi qui stasera, vincitore?”
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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