Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Il sapore dei nostri dieci anni insieme aveva iniziato a farsi troppo rassicurante, quasi soporifero. Quella sera, tra un boccone e l’altro, Elena mi lanciò una sfida che sapeva di zolfo: voleva sentirsi “usata”. Non cercava amore, cercava il peso del possesso, quello che toglie il fiato e riduce una donna a puro strumento del piacere altrui. Non me lo feci ripetere due volte. Mentre lei si chiudeva in bagno per la metamorfosi, io trasformai la camera da letto in un set: luci puntate sul materasso come riflettori di un palcoscenico pornografico e una videocamera montata sul treppiedi, pronta a rubare ogni fotogramma della sua degradazione.
Quando mi chiamò, la trovai nel corridoio. Era magnifica, una caricatura erotica di una studentessa pronta per una festa finita male: stivali neri dal tacco assassino, gonnellina scozzese che copriva a stento le natiche, calze autoreggenti e una maglietta così corta da esporre il piercing all’ombelico e il turgore dei suoi seni. Senza dire una parola, le strinsi intorno agli occhi una fascia di stoffa scura recuperata in un viaggio in Egitto. Il buio fu il suo primo padrone. Rimase lì, immobile, vibrando di un’attesa quasi dolorosa. Mi avvicinai alle sue spalle senza fare rumore e, con uno scatto secco, le serrai i polsi nelle manette d’acciaio. La sbattei contro il muro, premendole una mano sulla bocca per soffocare il suo sussulto.
— Zitta, troia. Se provi a gridare, ti sfondo senza pietà. —
Il brivido che le percorse la schiena fu così violento che le gambe sembrarono cederle. Iniziai a esplorarla con calma sadica. Sotto la gonna, la sua pelle era bollente; all’interno delle cosce, l’umidità era già così abbondante da impregnare il pizzo delle mutandine. Quando infilai il dito tra le grandi labbra, il calore che emanava era quasi febbrile. Le stuzzicai il clitoride con movimenti circolari, godendomi il modo in cui spingeva il bacino contro la mia mano, gemendo nel vuoto della stanza.
— Ti prego, scopami! — gridò alla fine, con la voce rotta. — Ti ho detto di stare zitta! — Le rifilai uno schiaffo sonoro sulla natica scoperta, un colpo che lasciò l’impronta rossa della mia mano e le strappò un urlo di puro piacere elettrico.
Affondai due dita nella sua fica, scoprendo una lubrificazione densa, quasi cremosa. La penetrai con colpi secchi, mirando al punto G, mentre lei cercava disperatamente il mio membro con le mani legate dietro la schiena. Mi allontanai bruscamente. — Provaci ancora e ti piscio in bocca. — Quella minaccia, una pratica che solitamente rifiutava, la eccitò al punto da farle colare un liquido biancastro lungo le gambe. Le infilai le dita sporche di lei in bocca, obbligandola a pulirle. Le succhiò con una voracità animalesca, gli occhi bendati persi nel nulla. Non resistetti: la girai di forza, mi sbottonai e le piantai il cazzo in gola. La spinsi fino al limite del rigurgito, tenendole ferma la nuca mentre la mia carne sbatteva contro il fondo della sua gola.
Dopo dieci minuti di quel trattamento, la trascinai su per le scale con un calcio scherzoso ma deciso sul sedere. In camera, la immobilizzai sul letto seguendo un rituale preciso: braccia tese verso gli angoli superiori e gambe spalancate, fissate alla testiera con le ginocchia quasi contro il petto. Era un fiore di carne esposto al sole, con il sesso che puntava verso l’alto, coperto solo da un filo di pizzo nero.
Mi misi sopra di lei, infilandole di nuovo il membro in bocca mentre scendevo con il viso verso la sua fica. Le strappai le mutandine con i denti, rivelando un’intimità gonfia e arrossata. La scopai con le dita mentre lei soffocava i gridi contro la mia cappella. Poi, cambiai posizione. Mi sedetti sul suo viso, costringendola a leccarmi l’ano. La sua lingua esplorava quel territorio proibito con una foga che tradiva il suo totale abbandono. Mentre mi leccava, le infilai improvvisamente un dito nel culo.
— Così si fa, cazzo! — urlai, sentendo il suo sfintere dilatarsi sotto la spinta del piacere e del dolore.
Presi un cuneo anale dal cassetto e lo affondai nel suo buco posteriore prima di penetrarla con cattiveria in quella vaginale. La montavo con una ferocia metodica, guardando come le corde le ricordassero, a ogni movimento, la sua totale impotenza. Quando l’orgasmo la travolse, emise un grido animalesco, le gambe bloccate che vibravano sotto i miei colpi profondi.
Estrassi il cuneo e appoggiai la cappella sul suo sfintere ancora dilatato. — No, ti prego… lì mi fai male! — gemette. Per tutta risposta, le sputai in pieno viso. Quell’umiliazione finale le diede la scossa decisiva; mentre era distratta dal piacere dello sputo, affondai tutto il colpo nel suo culo. Entrò con una facilità sconvolgente, come se quel buco fosse stato creato solo per accogliermi. La sbattei senza tregua, godendomi la sua resa totale, finché non sentii l’orgasmo risalire. Venni dentro di lei con una violenza che mi fece urlare, inondando le sue viscere di un seme caldo e copioso.
Quando mi sfilai, il suo buco rimase spalancato, rivelando il bianco della mia sborra che tentava di uscire. Spensi la telecamera senza farmi vedere, le tolsi la benda e le slegai una gamba. — Spostati, zoccola. Stavolta me lo bevo io. — Lei sorrise, dandomi del porco in dialetto, ma ubbidì. Appoggiai la bocca al suo ano e, con piccole contrazioni del suo muscolo, raccolsi ogni goccia del mio sperma, deglutendo tutto prima di pulirla con la lingua. Ci addormentammo così, abbracciati nel sudore e negli odori di una notte che la vide finalmente, e totalmente, usata. Domani guarderò quel video, e lei non saprà mai che la sua vergogna è stata impressa per sempre su un chip di memoria.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
Se questo racconto ha acceso i tuoi desideri, non fermarti alla semplice lettura. Fai il primo passo nel mondo reale: trova partner affini ed esplora le tue dinamiche su NodoNero.
🔥 Inserisci il tuo Annuncio, è gratis!Hai riconosciuto questo racconto come tuo e non hai autorizzato la pubblicazione?
Segnalacelo subito qui