Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Il freddo del marmo contro le ginocchia è l’unico punto di contatto con la realtà, mentre i sensi sono prigionieri del buio imposto dalla benda. Il nastro di seta mi morde i polsi dietro la schiena, un vincolo elegante che mi priva di ogni difesa. La pallina di gomma mi tiene le mascelle spalancate in un’attesa muta, trasformando ogni respiro in un soffio rumoroso che passa dalle narici. Sono un’esibizione vivente: i tacchi 12 riflettono le luci soffuse della villa, le calze autoreggenti segnano il confine di una nudità che non ha più segreti, e la vaselina che ricopre le mie natiche è la promessa lucida di un’invasione imminente. Sono eccitata fino al delirio. Sono la schiava del sistema, la moneta di scambio vivente tra il desiderio di potere di mio marito e la lussuria di chi governa.
Tutto è iniziato per necessità, o forse per un pretesto che la mia natura cercava da tempo. Nel 2009, quando il nostro laboratorio di analisi vacillava sotto i colpi della crisi, il lusso che ci definiva — i gioielli, le cene, le crociere — rischiava di svanire. Mio marito comprese subito che la via per la salvezza passava attraverso gli appalti pubblici e che il mio corpo sarebbe stato la chiave d’oro per scardinare quelle porte. Ci infiltrammo negli eventi del PD, portando regali e voti, finché la serata decisiva arrivò. In quella sala ricevimenti, fasciata nel mio abito blu notte, sapevo di essere la preda e il predatore. Avvicinai l’assessore alla sanità, un uomo distinto ma con lo sguardo affamato. Bastarono poche parole sulla crisi e sulla mia “disponibilità a qualunque pazzia” per i miei dipendenti perché l’accordo fosse siglato.
La villa sulle colline divenne il palcoscenico della nostra ascesa economica. Quando l’assessore entrò nel salone accompagnato da altri tre politici, uno dei quali del PDL, la maschera della politica cadde. “Stasera ti facciamo vedere cos’è una scopata bipartisan,” esordì con un ghigno. Mio marito venne fatto sedere su una poltrona, spettatore muto e impotente della mia trasformazione in oggetto. “Preparatela per gli appalti,” ordinò l’assessore ai domestici in livrea. Dopo mezz’ora di cure meticolose, ero pronta: una bambola erotica confezionata per il loro piacere.
Sentii l’assessore posizionarsi dietro di me. Era già nudo, il calore della sua erezione mi sfiorava la pelle lubrificata. Con un unico, brutale colpo di reni, mi sfondò il culo. Il dolore fu un lampo bianco nel cervello, una violenza che si trasformò immediatamente in un piacere viscerale. Annaspavo contro la palla di gomma, incapace di urlare, finché non me la tolsero. “Sono la vostra schiava, padroni,” risposi al loro interrogatorio, mentre la cappella del consigliere del PDL premeva contro le mie labbra. Lo ingoiai tutto, lavorando di bocca mentre l’assessore continuava a martellarmi da dietro. Maggioranza e opposizione si univano dentro di me in un incastro di carne e potere.
Vidi mio marito nell’ombra, paonazzo, intento a masturbarsi mentre osservava sua moglie degradata a troia di stato. Mi bendarono e mi sciolsero i polsi solo per permettermi di usare le mani sugli altri due politici. Ero al centro di una tempesta di cazzi: una doppia penetrazione mi sollevò da terra, mentre gli altri due si alternavano nella mia bocca. Il trucco colava, i capelli erano un groviglio di sudore, ma il mio spirito era in estasi. “Sì! Fate vedere a mio marito come si monta una vacca!” urlai, incitandoli a distruggere ogni residuo di dignità.
Il culmine arrivò con il “Calice dell’Appalto”. Raccolsi lo sperma che mi avevano spruzzato sulla faccia e sul petto, mescolandolo a quello depositato nel bicchiere. Lo bevvi con una lentezza cerimoniale, sigillando il patto tra il mio sesso e le loro firme sui contratti pubblici. Ma l’assessore aveva un’ultima prova per me. Ahmed e Abdul, due camerieri africani dai corpi scultorei, entrarono nudi, esibendo membri di dimensioni spaventose.
L’impatto con Abdul fu devastante. La sua cappella enorme sembrò lacerarmi le viscere, ma il mio corpo, ormai totalmente arreso, accolse quella violenza come il premio finale. Ahmed mi prese la bocca, soffocandomi con la sua mole, mentre l’assessore e i suoi colleghi guardavano lo spettacolo segandosi furiosamente. Ero un campo di battaglia: sventrata, riempita, marchiata da cazzi che non avevano nulla di politico e tutto di primordiale. Vennero dentro di me, nel culo e nella fica, inondandomi di un calore che sembrava non finire mai. Caddi sul pavimento, esausta e sporca, tra gli applausi dei potenti. Avevo venduto la mia carne, ma avevo comprato il nostro futuro. Da quella notte, gli appalti non sono più stati un problema e il mio laboratorio fiorisce, nutrito dal ricordo di quel sacrificio bipartisan.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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