Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
L’attico al trentottesimo piano dominava lo skyline notturno della città, un acquario sospeso sopra un mare di luci gialle e fari d’auto sfocati dalla pioggia battente. Le immense vetrate a tutta altezza non offrivano alcun riparo allo sguardo: chiunque, dai grattacieli di fronte, avrebbe potuto puntare un binocolo e guardare all’interno, ma a Riccardo non importava. E, con mio stesso sgomento, iniziava a non importare nemmeno a me.
Io mi chiamo Beatrice. Ho ventidue anni, una laurea appena abbozzata e una sensazione perenne di inadeguatezza che mi porto addosso come un cappotto troppo pesante. Riccardo di anni ne ha quarantaquattro. È un architetto, un uomo fatto di spigoli, silenzi carichi di tensione e un controllo assoluto su tutto ciò che lo circonda. Me compresa. Quella sera mi aveva spogliata lentamente, lasciandomi addosso solo una sua camicia di lino bianco, sbottonata fino all’ombelico, che mi copriva a malapena le natiche. Ero distesa a pancia in giù sul suo immenso letto matrimoniale dalle lenzuola color antracite, il sedere esposto e già arrossato dai primi, pesanti schiaffi che mi aveva assestato a mano aperta.
«Sai cosa facciamo adesso?» sussurrò all’improvviso, la voce profonda che mi vibrava direttamente contro la pelle del collo. «Ho voglia di fumare, ma ho finito i sigari. Scendo di sotto a comprarli. Ma non voglio che ti muovi di un millimetro.»
Sollevai la testa dal cuscino, i capelli scuri che mi ricadevano disordinati sul viso. Le labbra mi tremavano, socchiuse. Non capivo se stesse scherzando. Abbandonarmi lì? Nel bel mezzo del preludio? «Sì…» balbettai, con il fiato corto. Lui non aggiunse altro. Si avvicinò e ricominciò a tormentarmi. Le sue dita lunghe e calde scivolarono sotto il bordo della camicia, trovando la mia intimità già fradicia. Iniziò a muoversi dentro di me, un ritmo spezzato, calcolato per farmi impazzire. Alternava la pressione, scivolando senza preavviso nella fessura posteriore, allargandomi con una lentezza sadica. Gemevo, affondando la faccia nel cuscino che sapeva del suo dopobarba, il bacino che si sollevava istintivamente per cercare un attrito maggiore. Potevo alzarmi, potevo ribellarmi. Ma l’idea di essere lasciata lì, immobilizzata e vulnerabile, mi accendeva il sangue in un modo oscuro e primitivo.
«Legami,» sussurrai, sperando che la mia voce non tradisse il tremito che mi scuoteva le ossa. Speravo capisse l’urgenza di quel bisogno.
Riccardo sorrise. Un sorriso sottile, quasi crudele. Senza dire una parola, aprì il cassetto del comodino e tirò fuori dei pesanti nastri di seta nera. Iniziò dalle caviglie. Mi divaricò le gambe con forza, legando la caviglia destra al pesante montante in ferro battuto del letto, poi fece lo stesso con la sinistra. Ero spalancata, oscenamente esposta alla luce fredda della stanza e ai vetri del grattacielo. Poi passò ai polsi. Non li strinse in modo punitivo; mi lasciò un margine di movimento, una morbidezza che mi permetteva di sollevare leggermente le braccia, ma non di liberarmi. Prima di alzarsi, affondò di nuovo le dita dentro di me, un unico, feroce movimento che mi strappò un grido strozzato.
«Vado a prendere i sigari. Torno subito,» disse, con una calma glaciale. Ci guardammo. Io mi mordevo il labbro inferiore, il sapore del sangue che si mescolava al fiato corto, cercando di trattenere un sorriso carico di pura eccitazione. Mi sentivo così piccola, così fragile e indifesa nei miei ventidue anni contro la sua maturità imponente. Ero un’offerta, mezza nuda, svergognata, legata sul suo letto ad aspettare il suo ritorno.
Il rumore sordo della porta blindata che si chiudeva a chiave echeggiò nel loft. Rimasi in apnea per qualche secondo. Non potevo credere che fosse uscito per davvero. La mia mente iniziò a galoppare. Forse era rimasto sul pianerottolo? Forse stava guardando le telecamere di sicurezza collegate al suo telefono? Magari voleva solo testare la mia obbedienza, sperando di cogliermi in fallo, per poi rientrare e sussurrarmi con finto disprezzo: “Che ragazzina disobbediente… ti avevo detto di stare ferma. E invece ti stai toccando. Sei solo una piccola cagna vogliosa, non è vero? Certe cose non si fanno…”
Ma i minuti passavano, e lui non tornava. Il silenzio dell’attico era rotto solo dal ticchettio della pioggia sui vetri. Ero sola. E la solitudine, unita a quella costrizione fisica, si trasformò in una droga potentissima. La mia mano destra, grazie al lasco del nastro di seta, riuscì a scivolare lungo il mio fianco. Non mi masturbavo quasi mai da sola, ma in quell’istante, in quella stanza immensa e vuota, mi sembrò un atto di ribellione necessaria. Mi sfiorai. Ero bagnata fradicia, una palude di umori che non accennava a prosciugarsi. Il mio clitoride era gonfio, dolorante per il bisogno di essere toccato. Iniziai a sfregare, prima timidamente, poi con movimenti sempre più rapidi e affamati.
Ogni attrito era una scossa elettrica. Mi strusciavo contro le lenzuola, stringendo i denti, spostando la mano per strizzare i miei seni attraverso il lino della camicia. I capezzoli erano duri come diamanti, doloranti. Ogni rumore proveniente dall’ascensore o dal corridoio mi faceva sobbalzare; il cuore mi schizzava in gola con il terrore e la speranza viscerale che fosse lui, che mi trovasse in quello stato penoso e meraviglioso, pronta a farmi squarciare in due dalla sua possenza. Ma l’attesa si prolungava, un’agonia liquida e inebriante.
Allungai il braccio libero fino al limite estremo, le giunture che scricchiolavano, riuscendo ad afferrare il mio smartphone abbandonato sul comodino. Volevo immortalare quel momento. Volevo che lui vedesse, in futuro, esattamente cosa aveva perso durante quei venti minuti. Iniziai a scattare delle foto. Il flash illuminava la mia pelle accaldata, le mie gambe spalancate e tenute prigioniere dai nastri neri, il sedere arrossato e lucido, l’espressione persa e impudica del mio viso schiacciato contro le lenzuola scure. Ad ogni click, il mio narcisismo perverso si alimentava, facendomi sentire sempre più sfacciata, sempre più calda e pulsante.
Poi, il rumore metallico della serratura. Lasciai cadere il telefono. Il mio respiro si fermò. Riccardo entrò. Non disse una parola. Si tolse il cappotto bagnato di pioggia, mi lanciò uno sguardo tagliente, scuro come la pece, e sparì in cucina. Sentii il rumore del frigorifero, l’acqua che scorreva. Perché non parlava? Dopo due minuti che mi parvero secoli, ricomparve. Si spogliò in un silenzio tombale, i muscoli definiti del petto e dell’addome che si muovevano sotto la penombra. Mi aspettavo che parlasse. Volevo che mi interrogasse, che mi chiedesse se avevo fatto la brava o se avevo osato toccarmi, che riconoscesse lo stato pietoso in cui mi aveva ridotta. Invece, niente. Il suo silenzio era un’arma psicologica devastante.
Si avvicinò. Mi afferrò per i fianchi, mi infilò due dita violentemente dentro per testare la mia umidità, e poi, senza il minimo preavviso, me lo spinse dentro tutto in un unico, brutale affondo. Cacciai un urlo che mi morì in gola, trasformandosi in un gemito lungo e vibrante. L’unico suono nella stanza divenne la sinfonia della nostra carne. I miei respiri diventavano acuti o profondi a seconda della ferocia delle sue spinte, il suono umido del mio corpo che lo accoglieva, lo schiocco sordo del mio sedere contro le sue cosce contratte e i suoi rantoli bassi, maschili, carichi di dominio. Dopo minuti di martellamento cieco, si sfilò. Mi afferrò i capelli, costringendomi a girare il viso, e me lo infilò in bocca. Mi disse, con una voce che era pura ghiaia, che alla sua età non sarebbe riuscito a venire due volte nella stessa notte, e che dovevo farlo godere adesso. Ma io ero ancora affamata. Avevo un fuoco vivo nel ventre e volevo essere scopata di nuovo, volevo che mi riempisse fino a farmi male.
Riprese a penetrarmi da dietro, aumentando l’intensità in modo esponenziale. Fu una violenza metodica. Cominciò a schiaffeggiarmi il sedere con una tale forza che, ogni volta che sollevava la mano per colpirmi o per affondare un dito nel mio sfintere, io chiudevo gli occhi e bloccavo il respiro, rannicchiando le spalle in attesa di quel dolore bruciante e perfetto. Sentivo il peso del suo torace schiacciarmi contro il materasso, le sue mani callose che mi stringevano i polsi, le mie membra legate che non potevano sfuggire a quel massacro sensoriale. Ero una bambola inerme. Potevo solo ricevere, assorbire, incassare ogni singolo centimetro del suo sesso che mi sventrava.
L’eccitazione divenne insostenibile. La mia voce era ridotta a un lamento ininterrotto. Succhiavo avidamente le sue dita quando me le spingeva in bocca, dita che sapevano di me, del mio sesso salmastro e del sudore della nostra lotta. Poi, quando sentì che stavo per perdere i sensi per il troppo piacere, afferrò la massa dei miei capelli scuri. Tirò con una violenza improvvisa, costringendomi a inarcare la colonna vertebrale e a piegare il collo all’indietro fino a fargli scricchiolare le vertebre. Mi girò brutalmente verso di sé, sfilandosi all’ultimo secondo, e lasciò esplodere tutto il suo carico. Il suo seme denso e bollente mi investì con spasmi potenti, colpendomi sulle labbra, sugli zigomi, incastrandosi tra le ciocche dei miei capelli aggrovigliati. Mentre la sua essenza calda mi colava lentamente lungo le guance e scivolava oltre il mento, lui si fermò a guardarmi.
Il suo sguardo severo si era sciolto. Mi osservava con una dolcezza inaspettata, quasi reverenziale, accarezzandomi la guancia sporca di lui con il pollice. E io restai lì, immobile, legata, con i polmoni che bruciavano e il cuore che martellava contro le costole, divorata da un incendio interiore che quell’uomo, con i suoi silenzi e la sua brutalità, aveva reso immortale.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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