La forgia

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Le cose tra me e Silvia si erano trascinate in un limbo di recriminazioni e silenzi per quasi un anno. Lei, con la sua visione borghese dell’amore, pretendeva una presenza emotiva costante, rassicurazioni, cene con i genitori e progetti a lungo termine. Io, a trentacinque anni, con una carriera da architetto d’interni che mi stava prosciugando l’anima, non avevo alcuno spazio mentale per fare il fidanzato perfetto. Volevo solo sfogare la tensione, volevo sesso crudo, senza le complicazioni dei sentimenti. Quando finalmente abbiamo chiuso, ho respirato a pieni polmoni. Ero libero. Libero, sì, ma affamato. E senza prede all’orizzonte. In cerca di un diversivo immediato, la mia mente è andata a Morgana. Morgana era una scultrice che lavorava con i metalli, un’amica di vecchia data che frequentavo saltuariamente. Era nota nel nostro giro per essere una donna priva di tabù, una predatrice sessuale dichiarata. La invitai a bere qualcosa nel quartiere Isola. Tra un bicchiere di vino e l’altro, andai dritto al sodo, spiegandole la mia situazione. «Quindi, fammi capire,» disse lei, appoggiando il calice sul tavolo e fissandomi con i suoi occhi neri e penetranti. «Ti sei liberato del peso morto e ora vuoi solo usare qualcuno per scaricare i nervi e sentirti il maschio dominante della situazione. È per questo che mi hai chiamata?» Cercai di mascherare l’imbarazzo con un sorriso spavaldo, eccitato dalla sua schiettezza. Morgana si leccò le labbra. «Ci sto. Ma se vuoi giocare a fare il predatore con me, dovrai dimostrare di avere le palle. E l’erezione te la dovrai guadagnare versando sangue e sudore.» La sfida mi accese istantaneamente. Pensavo fosse una provocazione verbale, un preliminare aggressivo. Non avevo idea di cosa mi aspettasse. Arrivammo al suo studio-abitazione: un enorme capannone industriale riconvertito a Lambrate, pieno di travi in acciaio, sculture inquietanti e odore di fiamma ossidrica. «Spogliati,» ordinò, chiudendo la pesante porta di ferro a più mandate. Ubbidii, convinto di avere in pugno la serata, rimanendo solo in boxer. Lei scomparve nel buio del soppalco per poi tornare giù con una matassa di pesanti corde di canapa sintetica nera. «Che cazzo devi farci con quelle?» chiesi, con un sorriso nervoso. «Rilassati, architetto. Serve a farti perdere il controllo. Fatti guidare,» rispose lei, con un tono glaciale. Mi spinse verso il centro della stanza, dove due pilastri di ghisa sostenevano il tetto. Ai lati c’erano dei grossi anelli industriali imbullonati al metallo. Mi ordinò di allargare le braccia e divaricare le gambe. Divertito, e con un’erezione che già tendeva il tessuto dei boxer, assecondai il gioco. In pochi secondi, con una perizia tecnica spaventosa, mi legò i polsi e le caviglie ai pilastri. La tensione delle corde era perfetta: non potevo muovere un muscolo. Mi abbassò i boxer. Il mio sesso scattò in avanti, duro, pulsante, esposto. Morgana sorrise, si inginocchiò e aprì la bocca. Le sue labbra calde si chiusero sul mio glande. Fu una fellatio magistrale. Succhiava con una voracità che mi fece impazzire, la lingua che roteava sul frenulo. Godetti come una bestia, frustrato solo dal fatto di non poter affondare le mani nei suoi capelli corti per spingerle la testa contro il mio inguine. Dopo dieci minuti di tortura deliziosa, si fermò di colpo. Si alzò in piedi e si sfilò i vestiti. Era magnifica: un fisico scolpito dalla fatica fisica del suo lavoro, spalle larghe, muscoli guizzanti e un pube nero e selvaggio che emanava un odore muschiato. Ero accecato dalla lussuria. Morgana andò verso un banco da lavoro e prese un frustino da equitazione, nero, in cuoio intrecciato. Tornò verso di me. Prima ancora che potessi parlare, mi afferrò la mascella, mi baciò con violenza, poi mi tappò il naso. Per istinto aprii la bocca per respirare, e lei ci infilò dentro un pezzo di stoffa ruvida, probabilmente uno straccio da lavoro. Subito dopo, prese un rotolo di nastro adesivo telato da pacchi, quello grigio e spesso, e mi sigillò la bocca, facendo due giri completi intorno alla mia nuca. Il panico mi colpì come un pugno allo stomaco. Ero imbavagliato, immobilizzato. Prese la mira e lasciò partire il primo colpo. SCRAACK. Il cuoio si abbatté sul mio petto. Il dolore fu lancinante, una fiammata di fuoco che mi tagliò la pelle. Mi contorsi contro le corde, mugolando attraverso il bavaglio. Ne arrivò un secondo. E un terzo. Era spietata. I suoi occhi erano diventati neri, vuoti, mentre scaricava su di me una furia inaudita. Il mio petto era attraversato da strisce rosse e gonfie. Scese verso le cosce, sferzandomi con colpi secchi e precisissimi. Il dolore era atroce, ma in qualche modo gestibile. Poi, accadde l’impensabile. Con un movimento calcolato, colpì direttamente i miei genitali. Il frustino si abbatté sulla base del pene e sui testicoli. L’aria mi morì in gola. Un dolore sordo, nauseante, mi si irradiò fino allo stomaco. Scossi la testa freneticamente, emettendo gemiti strozzati, gli occhi pieni di lacrime. Morgana rideva, toccandosi il seno, visibilmente eccitata dalla mia totale impotenza. E poi, la mia umiliazione più grande. Invece di ammosciarsi per il dolore e il terrore, il mio corpo reagì nel modo più perverso possibile. L’adrenalina e la sottomissione totale agirono come un interruttore. La mia erezione non solo non scese, ma divenne mostruosa, turgida fino a farmi male. Morgana se ne accorse. «Ti piace, eh, maialino?» sussurrò. Iniziò a colpire ripetutamente le mie palle e l’asta, dosando la forza per non causarmi danni permanenti, ma facendomi un male del diavolo. E io, in mezzo a quel dolore infernale, godevo. Ero fottutamente eccitato. Si fermò, si inginocchiò di nuovo e riprese a succhiarmi. Ma questa volta era diverso. Mentre la sua bocca calda mi lavorava il glande, le sue mani si chiusero a tenaglia sul mio scroto. Le sue unghie sporche di polvere di ferro mi graffiavano la pelle sensibile, stringendo i testicoli come per farli scoppiare. Ero in balia della più totale devastazione sensoriale. Si alzò di nuovo, allontanandosi. Ritornò con dei pesanti morsetti metallici a coccodrillo, quelli che si usano per fermare i cavi elettrici. Me li applicò direttamente sui capezzoli. Il morso dei denti di metallo mi fece inarcare la schiena. Mugolai disperato. Lei prese il suo smartphone. Iniziò a scattarmi foto e a girare dei video. «Guarda come sei ridotto, maschio alfa. Guardati. Pensavi di venire qui a scoparmi come un pezzo di carne, e ora sei tu il pezzo di carne appeso al gancio. Sei patetico.» Prese un attrezzo di legno dal suo banco, una sorta di spatola rigida, e ricominciò a colpirmi lo scroto. I colpi erano secchi, umilianti. Mi dimenavo come un verme infilzato. Il dolore si fece così acuto che una lacrima vera mi rigò la guancia. Finalmente, la mia erezione iniziò a cedere, ritirandosi per l’agonia. Ma lei non aveva finito. Ricominciò a pomparmi la minchia con una foga disperata, leccando, succhiando, finché non me lo riportò a un livello di durezza imbarazzante. Ero teso come una corda di violino. A quel punto, si avvicinò alla porta del loft. L’aprì. Entrò un uomo. Era Corrado, il proprietario del capannone adiacente, un gallerista sulla cinquantina, distinto, brizzolato, apertamente gay. Lo conoscevo di vista. Il sangue mi si gelò nelle vene. Il panico puro si impadronì di me. Iniziai a scuotere la testa, a tirare le corde fino a scorticarmi i polsi, emettendo grugniti di dissenso attraverso il nastro telato. Ero inorridito. Corrado si avvicinò con calma. Si inginocchiò esattamente dove fino a un secondo prima c’era Morgana, e si prese il mio sesso in bocca. Il ribrezzo mi invase. Mi dimenavo con una violenza cieca, i morsetti sui capezzoli che mi laceravano la pelle. Ma Corrado sapeva esattamente cosa stava facendo. La sua tecnica era implacabile, ritmica, esperta. Leccava le palle martoriate e succhiava l’asta con un calore che mi mandava in corto circuito. Nel mio terrore omofobico, speravo che il mio pene si ammosciasse all’istante. E all’inizio fu così, lo spavento me lo fece ritirare. Ma Corrado non si arrese. Continuò a stimolarmi, mentre Morgana girava intorno a noi ridendo, insultandomi, descrivendo a Corrado quanto fossi patetico e come le mie fantasie di dominatore si fossero sgretolate. E poi, la tragedia. Il mio corpo mi tradì per la seconda volta. Il mio cazzo, gonfiato dall’estremo limite del piacere e dal dolore accumulato, si rizzò di nuovo, duro come il ferro. Capii che stavo per cedere. Che l’orgasmo era inevitabile. Morgana si avvicinò, afferrò un lembo del nastro adesivo e lo strappò via con violenza, portandosi via peli e pelle. Sputai lo straccio infame, ansimando. «Perché fai questo?!» le urlai, con la voce rotta, gli occhi lucidi. «Fallo smettere! Ti prego! Non voglio venire in bocca a un uomo, cazzo, no!» Piansi, sconfitto. Ma la pressione nei miei testicoli aveva raggiunto il limite critico. E mentre il mio «Nooooo!» rimbombava tra le mura del loft, il mio sesso esplose. Sborrai con una violenza inaudita, spasmi incontrollabili che mi svuotarono l’anima, mentre l’uomo sulla cinquantina inghiottiva tutto il mio seme senza disperderne una goccia. Corrado si alzò, si pulì le labbra con un fazzoletto, mi fece un cenno di saluto elegante e uscì dal loft, senza proferire parola. Rimasi appeso alle corde, distrutto, umiliato, con il respiro corto e la mente a pezzi. Morgana si avvicinò. Aveva uno sguardo soddisfatto e arrogante. Iniziò a slegarmi i polsi. «Lezione imparata, architetto?» Ma aveva sottovalutato l’effetto della sua terapia d’urto. L’umiliazione aveva scoperchiato qualcosa di oscuro e primordiale dentro di me. Una rabbia animale. Appena l’ultima corda cadde a terra, mi massaggiai i polsi insanguinati per un secondo. Poi scattai. La afferrai per il collo con una mano, sbattendola contro il pilastro di ghisa. Gli occhi di Morgana si sgranarono, per la prima volta sorpresi. Il mio cazzo, alimentato da una furia cieca, era di nuovo turgido, un’arma contundente. La feci voltare bruscamente, piegandola in avanti e bloccandola contro l’acciaio. Le allargai brutalmente le natiche e, senza alcun preavviso, le piantai il mio membro turgido dritto nel buco del culo. Entrai a secco, con tutta la forza della mia disperazione. Morgana cacciò un urlo acuto, dimenandosi. «Cosa cazzo fai?! Fermati!» urlò, cercando di divincolarsi. Ma era la resistenza teatrale di chi aveva appena evocato un mostro. Il suo era il rifiuto formale di chi ha costruito l’intera serata per farsi dominare da una bestia che lei stessa aveva creato. I suoi pugni contro il pilastro persero subito forza, e i suoi urli si trasformarono in gemiti rotti, gutturali e carichi di lussuria. «Sto per esplodere, troia,» ringhiai contro il suo orecchio, afferrandole i capelli. «E ti prenderai tutta la mia sborra su per il culo!» La stantuffai con una violenza devastante, annullando ogni suo pensiero, finché non venni di nuovo, inondando l’intestino di quella strega indomabile, finalmente sazia.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 27 Aprile 2026
Modificato: 27 Aprile 2026
Lettura: 10 min
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Generi:
Dominazione & BDSM
Tag:
CBT, Degradazione

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