Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Il tintinnio delle tazzine di porcellana e le chiacchiere vacue delle mie amiche sono ancora un’eco nel corridoio, ma la realtà, qui in salotto, ha già cambiato consistenza. Sono passati venti minuti da quando l’ultima “contessa” ha varcato la soglia e da diciotto la mia lingua è perduta tra le cosce di Greta. Se solo quelle donne sapessero quanto mi costano i nostri mercoledì pomeriggio, morirebbero d’infarto o d’invidia. Ma questo segreto è il mio tesoro più prezioso, l’unico che mi fa sentire ancora il sangue scorrere nelle vene.
A quarantacinque anni, vedova di un uomo che mi ha lasciato titoli, palazzi e una noia mortale, ho scoperto che la vera ricchezza non è comandare, ma essere posseduti. Greta è arrivata come una semplice cameriera: ventitré anni, capelli scuri, uno sguardo che sprizza un’insolenza vitale. La mia educazione borghese mi ha tradito; non sapendo gestire il potere, l’ho ceduto. Un piccolo errore, una mia scusa sussurrata in ginocchio, ed è iniziata l’escalation.
«Io pulirò questa casa come se fosse mia», mi disse quel pomeriggio, sedendosi con una confidenza proibita accanto a me. «Cucinerò per due, terrò tutto in ordine. Ma fuori da qui tu sei la Contessa, dentro queste mura tu sei mia. Farai quello che dico io, quando lo dico io».
Il periodo di prova è diventato la mia vita. Il mercoledì è il giorno del massimo supplizio e della massima estasi. Greta serve il tè con una precisione impeccabile, subendo le richieste petulanti delle mie amiche senza battere ciglio. Io tremo, sapendo che ogni ordine che loro le impartiscono verrà pagato da me, con gli interessi, non appena la porta si chiuderà.
E infatti, eccola. Accompagna le ospiti, chiude la mandata e torna da me. Non dice una parola. Si solleva la gonnellina dell’uniforme, rivelando il pube perfettamente rasato, e si sprofonda nella poltrona a gambe spalancate. Inizia a insultare le mie amiche, dandomi della “vecchia sporca” per aver permesso loro di trattarla così. Io non aspetto nemmeno l’ordine: scivolo sul tappeto, mi inginocchio e affondo il viso nel suo calore.
Non sono mai stata lesbica, o almeno così credevo. Ma il sapore di Greta è diventato la mia droga. Il mio defunto marito non ha mai ricevuto un decimo delle attenzioni che riservo a questa ragazzina. Sabato scorso, il gioco si è fatto ancora più duro. Mi ha legata nuda al letto, a pancia in su, sigillandomi con un plug pesante e un vibratore che ronzava implacabile contro il mio clitoride. Mi ha lasciata così, prigioniera del piacere, mentre lei passava l’aspirapolvere e lo strofinaccio nelle altre stanze.
Sentivo il rumore della casa che tornava a splendere mentre io naufragavo in una sequenza infinita di orgasmi. Quando finalmente è apparsa sulla soglia della camera, con lo strofinaccio in mano, non mi ha degnata di uno sguardo finché non ha finito di lucidare il pavimento intorno al letto. Poi, intrappolata dal bagnato, è salita su di me.
«Guarda come sei ridotta, Contessa. Tutta bagnata di te stessa».
Si è messa a cavalcioni sulla mia faccia, offrendomi la sua vulva gonfia. L’ho divorata. Ne conosco ogni piega, ogni segreto chimico; potrei descrivere la sua intera giornata solo assaggiandola. Mentre la leccavo con una foga quasi animale, lei ha impugnato il vibratore e lo ha usato per possedermi brutalmente finché non siamo venute insieme. È crollata su di me, la sua faccia tra le mie gambe, la sua carne sulla mia bocca.
In quel silenzio post-orgasmico, tra le lenzuola umide e il profumo di cera per pavimenti, ho capito la verità. Non sono mai stata così viva. Anzi, prima di Greta, non ero mai stata viva affatto.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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