Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
C’è la bruma di febbraio, in questo mattino invernale; la nebbiolina ad altezza d’uomo rende difficile l’orientamento. Eccola, la casa, immersa nel grigio-verde della campagna.
La chiave entra facilmente nella toppa, oliata di fresco. Il riscaldamento è acceso. Sembra che il mio amico la frequenti spesso: il salone è pulito, l’aria profuma di spezie.
Mi segui incuriosita, ma anche preoccupata, lo so. Accendo il camino, prepari il the nella piccola cucina arredata, sobria ed essenziale.
Questa attesa mi eccita, ti preoccupa un po’, ma so bene quanto cerchi la paura, ma coi piedi ben piantati sul lato solido della tua razionalità. Ma fremi, dentro, e aspetti con impazienza il dolore buono, che accomuna il nostro sentire.
Hai penetrato con le tue morbide mani le mie viscere, estraendo quell’oscura parte relegata da gran tempo nel mio profondo, ma sempre emergente. Hai estratto la pulsione, e l’hai resa amica, anche se per troppo tempo misconosciuta. Non la temo, non la temi. Ora ci unisce tramite il ponte del dolore, ma quello che salda per sempre.
La porticina è stretta. Interruttore. Scendiamo le scale ripide. Appare la stanza, dopo il piccolo pianerottolo.
La croce, in fondo. Ganci alle pareti e sul soffitto. Corde sparse sul tavolo. Il kane. Si tratta bene, l’amico, chi l’avrebbe detto…
Ti stringi a me. Temi. Desideri. Spinta dalla tua essenza, ma timorosa degli effetti.
Sono eccitato, ma calmo. Determinato. Desideroso di lasciare libero lo spirito.
Qui ci sarà dolore e sentimento. Lacrime ed unione.
Rimani con gli slip e il corpetto neri. Trascinata ai ganci della croce. Cerchi i miei occhi col tuo sguardo, mentre affranco i polsi, fermamente. Cerchi un sostegno. Prometti silenziosamente che non cederai. Impasti nel tuo intimo paura e eccitazione.
Scosto lo slip e avverto i tuoi umori, che hanno risposto alla situazione sperata e temuta.
Il tuo seno è eretto, i capezzoli si stanno inturgidendo.
Ti accarezzo a lungo, per accrescere l’eccitazione. Io so, tu sai, che presto i giochi saranno più pesanti, più dolorosi. Ma una leggera eccitazione resterà: questa non è crudeltà, ma un sottile gioco, che poi invariabilmente porta al piacere.
Ora sei completamente nuda, esposta al mio sguardo, e in un ambiente grande che ti intimorisce.
I capezzoli sono eretti, gonfi, di un rosso intenso.
Prendo due pinzette, collegate ad una lunga catenina. Al solo vederle ti irrigidisci, ma non hai il coraggio di reagire, di dire “no”. Quella è la parola che una schiava non può mai pronunciare; in caso contrario, la punizione scatterebbe inesorabile.
Le gambe divaricate, attendi. Prima l’una, poi l’altra pinzetta si chiudono sui capezzoli. Una smorfia di dolore, ma non un lamento, solo un mugolio intenso, represso nel profondo.
Ma non ti aspetti il peso. Lo attacco alla catenina e lo lascio libero di oscillare.
Una smorfia, più di sorpresa che di dolore. Il peso colpisce il tuo pube, sul clitoride stimolato dalle precedenti carezze.
Cerchi di arrestare quell’oscillazione rimanendo immobile, sapendo che ogni minimo movimento ti procurerà dolore ai seni e al sesso.
Ti lascio prendere coscienza di quanto ti sta accadendo.
Continuo ad accarezzarti, quasi sfiorando la pelle. La tua mente oscilla tra il peso e le mie mani.
La benda ti impedirà di prevedere, di prevenire il seguito.
Ora solo gli altri sensi saranno i tuoi occhi.
Non senti più la mia mano che accarezza, esplora, si fa amica. Ora hai paura. Sai che sono lì. Mi avverti. Mi temi. Mi vuoi.
All’improvviso, è come se lo sentissi arrivare, ma non hai il tempo di preparare la mente all’impatto. Il dolore bruciante esplode sulle cosce, lasciando un lungo segno rosso. E’ come se nel tuo cervello al buio si fosse acceso un faro accecante. Il movimento riflesso di difesa agita il peso che stira le pinzette appese ai capezzoli e colpisce il clitoride, reso sensibile dalle carezze.
Il dolore sale abbacinante nel buio del tuo cervello. Lascio che lo metabolizzi.
Le sferzate non seguono intervalli regolari, ma si alternano imprevedibili per lasciarti gustare il dolore. Le caviglie sono state volutamente lasciate libere, per darti modo di agitarti per istinto di difesa, ma provocano il dondolio del peso. Il dolore si irradia da più punti del corpo, rimbalza nel tuo cervello e scorre inevitabilmente verso la figa, ma soprattutto verso il suo intimo profondo.
Desideri il dolore, lo ami, altrimenti non saresti qui, non in questa situazione, se così non fosse.
Mi fermo quando il colore delle tue cosce è violaceo.
Sono leggermente affannato, ma non è solo la fatica, è anche l’eccitazione che si impadronisce progressivamente di me.
Ti penetro con le dita, e la tua eccitazione è palpabile. La tua figa è bollente per le sferzate ma anche fradicia di umori. Mi muovo piano, ma so che se continuassi raggiungeresti l’orgasmo. Ma non è il momento, troppo presto…
Spingo il peso contro il tuo clitoride turgido e forzo l’apertura del tuo sesso, richiudendolo fra le grandi labbra… Un gemito lungo ti sfugge. Il dolore misto al piacere sale… come l’eccitazione, nell’attesa di un dopo temuto ed agognato…
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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Segnalacelo subito qui
Bellissimo, complimenti
Grazie… se vivi certi momenti, viene spontaneo descriverli
Sa di vissuto, si sente che sono emozioni provate, qui magari romanzate ma certamente provate