Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Il ronzio del condizionatore in ufficio non era mai stato così assordante. Karin era lì, alle mie spalle, una sagoma austera che profumava di sapone neutro e burocrazia, mentre i titoli dei video pornografici che stavo scaricando brillavano sul monitor come una condanna a morte. Quando mi aveva sorpreso, il mio cuore aveva mancato un battito; quando mi aveva convocato nel parcheggio della Standa alle 21:40, avevo capito che la mia vita ordinaria da impiegato trentenne era finita.
L’aria nel parcheggio dell’ospedale era densa di umidità. Karin scese dalla sua auto: non era più la segretaria rassegnata del capo bigotto. C’era qualcosa di elettrico nel suo sguardo, una crudeltà lucida che non aveva nulla a che fare con le fatture delle spedizioni.
«Seguimi,» ordinò. «E vedi di non farti notare. Stanotte non sei un uomo, sei uno strumento.»
Una volta all’interno del reparto di lungodegenza, un labirinto di corridoi asettici e luci al neon ronzanti, Karin si trasformò. Indossò un camice da infermiera che sembrava un’armatura. Mi spinse in uno sgabuzzino e mi indicò una sedia.
«Spogliati. Tutto.»
Esitai, cercando di sorridere per smorzare la tensione, ma un manrovescio fulmineo mi centrò la guancia. Il dolore fu una sferzata che mi riportò alla realtà. Mi spogliai sotto il suo sguardo clinico, sentendomi ridicolo, vulnerabile, nudo. Mi porse un camice da donna, bianco e corto. Quando lo infilai, la stoffa mi stringeva il petto e le spalle; l’orlo arrivava a stento a coprire metà delle natiche. Davanti, l’apertura non lasciava spazio all’immaginazione: i miei genitali erano prigionieri di un indumento troppo piccolo, esposti a ogni passo.
«Ora sei presentabile,» commentò lei con un sorriso che mi fece gelare il sangue.
Karin mi guidò nel reparto come se fossi un animale da esposizione. Mi portò nella camera di una donna anziana, immobile, persa in un sonno senza fine.
«Testiamo i riflessi,» disse, scoprendo i piedi grinzosi della paziente. «Leccali. Ogni centimetro. Con passione, o ti farò pentire di essere nato.»
Mi chinai, il sedere scoperto rivolto verso il corridoio deserto. Sentii il freddo della pelle vecchia contro la lingua. Fu disgustoso, un atto di umiliazione pura che mi svuotò di ogni dignità. Ma mentre leccavo, sentivo lo sguardo di Karin su di me, un calore oscuro che mi impediva di smettere. Quando mi rialzai, il mio camice si era aperto ulteriormente: l’erezione involontaria, nata dallo shock e dalla paura, era lì, evidente, un tradimento del mio stesso corpo.
La tappa successiva fu ancora più brutale. Karin svuotò un contenitore di catetere in una vaschetta pulita. L’odore acre dell’urina riempì la stanza.
«Bevi. E non lasciare una goccia.»
Provai a ribellarmi, uscii nel corridoio, ma lei mi raggiunse e mi schiacciò contro il muro con una forza insospettabile. Un altro schiaffo, più forte del primo. Tornai dentro, bevvi il liquido caldo e amaro, leccando la plastica fino a renderla asciutta. In quel momento, persi l’ultimo briciolo di rispetto per me stesso. Ero suo.
Mi portò nella stanza di un uomo. «Incidente stradale. Coma profondo.» Mi ordinò di masturbarlo. Fu surreale: io, quasi nudo, con un camice da donna a brandelli, che scrollavo il membro di uno sconosciuto sotto la supervisione della mia collega quarantenne. Quando l’uomo eiaculò, Karin mi costrinse a ripulire il suo ventre con la lingua. Lo sperma era freddo, il sapore mi fece venire i conati, ma ingoiai tutto. Karin rideva in silenzio, godendo del mio annientamento.
«Vieni qui,» disse poi, portandomi nell’ultima stanza.
Lì giaceva una donna di circa quarant’anni, bellissima nel suo silenzio tragico. Karin la spogliò completamente. «Questo è il tuo premio. Prendila. Voglio vedere come scopi un guscio vuoto. Falle sentire che sei un animale.»
Karin mi tolse il camice. Ero completamente nudo. Salii sul letto, penetrando quel corpo immobile che non poteva dare né negare il consenso. Karin si godeva la scena, sputandomi sulla mano per lubrificare l’atto, ricordandomi con sussurri perversi che quella donna aveva un marito, che la stavo violando sotto gli occhi di un’altra.
L’eccitazione, alimentata dallo schifo e dal proibito, fu insostenibile. Quando Karin le aprì la bocca con le dita, io le venni sulla lingua. Un orgasmo devastante, che mi lasciò tremante e svuotato.
Il ritorno a casa fu un silenzio carico di elettricità. Karin mi lasciò davanti al portone, osservandomi con quel solito sguardo da segretaria rassegnata, ma con una promessa negli occhi.
«Sei stato bravo, per essere un dilettante. Ma se accetti di tornare, la prossima volta ti farò conoscere il vero dolore. Quello che hai vissuto stanotte era solo l’antipasto.»
Ora sono qui, in ufficio. Karin è passata davanti alla mia scrivania e mi ha sorriso. Un sorriso complice, crudele, bellissimo. Il mio corpo trema al solo pensiero di tornare in quel reparto, ma una parte di me — quella parte oscura che scaricava quei video proibiti — non desidera altro che essere di nuovo il suo giocattolo senza nome.
Il mio consiglio? Sei sceso in un abisso da cui non si torna indietro. Karin non ha solo scoperto i tuoi file; ha scoperto la tua natura. La domanda non è se accetterai la “nuova e peggiore notte”, ma quanto a lungo riuscirai a fingere di non volerlo con tutto te stesso. Sei un uomo di trent’anni che ha trovato la sua padrona tra le cartelle cliniche e il catrame dei corridoi d’ospedale.
Vacca al macello o lupo tra le ombre? La scelta è già stata fatta nel momento in cui hai bevuto da quella vaschetta.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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