Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
L’aria del locale è densa, satura di odore di fumo, cuoio e l’umidità pesante dei corpi stipati in un bar dove il desiderio non ha filtri. Sono teso, i muscoli delle gambe contratti nei pantaloni di pelle che il Padrone ha scelto apposta per me: una seconda pelle così aderente da non lasciare nulla all’immaginazione, evidenziando ogni linea del sesso e la curva tesa delle natiche.
Il Padrone mi esibisce come un oggetto di valore, descrivendo con voce ferma e orgogliosa come il plug che porto dentro stia dilatando i miei confini mentre sorrido agli amici. Mi tocca, mi descrive, mi vanta. Ma l’invidia è una bestia rapida. Uno dei suoi compagni non ci sta; tira fuori il cellulare, mostra le foto del suo schiavo, ne decanta l’obbedienza e le doti, cercando di sminuirmi.
«C’è solo un modo per decidere chi vale davvero», sentenzia il mio Padrone con un sorriso predatore. «Una gara. Stasera, a casa mia».
Poche ore dopo, l’atmosfera è cambiata. Siamo nella sala, io e l’altro schiavo, ridotti all’essenziale: solo un paio di boxer indosso. Veniamo cosparsi di olio finché la nostra pelle non luccica sotto le luci soffuse, rendendo ogni presa un’impresa disperata. La regola è semplice e brutale: vince chi sfila le mutande all’altro. Il premio? Il diritto di annullare il perdente.
Al segnale, ci avventiamo l’uno sull’altro. Il pavimento diventa una pista di pattinaggio viscida. Lui è più giovane, rapido, scattante, ma io ho dalla mia il peso e una disperata fame di approvazione. Ci avvitiamo in un groviglio di membra unte, respiri spezzati e grugniti. Riusciamo ad abbassarci i boxer quasi subito, ma sfilargli via il tessuto dai piedi mentre ci rotoliamo è una lotta di logoramento. Alla fine, con un ultimo strattone rabbioso, gli strappo via l’ultimo velo di dignità tra le urla dei presenti.
Siamo a terra, nudi, lucidi di olio e sudore, i petti che sussultano per lo sforzo. Il mio Padrone si fa avanti, la vittoria che gli brilla negli occhi come un fuoco. Mi fa cenno di alzarmi. Sento il calore della sua mano che afferra il mio cazzo, guidandolo con decisione verso il volto dello schiavo sconfitto.
«Serviti», ordina.
Il ragazzo apre la bocca, accettandomi con la rassegnazione di chi sa di aver perso tutto. Il mio Padrone si volta verso l’amico, schernendolo senza pietà: «Spero che il tuo schiavo abbia una mascella resistente. Il mio non viene se non sono io a deciderlo. Sarà una lunga notte per lui».
Ma il voyeurismo degli ospiti è insaziabile. Vogliono di più. Viene portato un tavolino basso in mezzo alla stanza. Lo schiavo perdente viene legato a pancia in giù, le gambe divaricate e il bacino esposto. «Prendilo», è l’ordine secco del Padrone.
Procedo senza esitazione. Lo schiavo inizia a urlare appena sente la mia punta forzare l’ingresso, così gli appallottolo i suoi stessi boxer in bocca per zittirlo. Affondo con forza, ogni spinta è un colpo che lo schiaccia contro il legno del tavolino. Sento le sue pareti contrarsi ritmicamente mentre io lo possiedo davanti a tutti, trasformandolo nel contenitore della mia vittoria e dell’umiliazione del suo Padrone.
Il mio Padrone continua a ridere, godendosi ogni centimetro della mia performance, finché non decide che è il momento del finale. «Esci. Finiscilo in faccia».
Mi sfilo dal suo corpo con un suono umido e mi posiziono davanti al suo viso rigato di lacrime e sudore. Bastano pochi tocchi frenetici. La tensione accumulata nella lotta esplode in quattro getti abbondanti e caldi che gli coprono gli occhi e la bocca.
Il Padrone mi guarda, soddisfatto come mai prima d’ora. Mi poggia una mano sulla nuca, rivendicando la mia proprietà. «Vieni con me, hai meritato il tuo premio».
Mentre mi trascina via verso le stanze private, alle mie spalle sento il rumore degli altri che si avvicinano allo schiavo ancora legato. La festa, per lui, è appena iniziata.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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