Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Il cemento di Roma, in quel pomeriggio di aprile, sembrava trasudare una nostalgia densa. Camminavo lungo via del Corso, inseguendo il fantasma di una scadenza accademica che non voleva farsi catturare, quando una voce, graffiata dal tempo ma inconfondibile, spezzò il rumore del traffico. Era Elena. Non la vedevo da dodici anni, da quando il nostro amore giovanile si era spento tra le pretese dell’età adulta. Eppure, davanti a me, c’era una donna che aveva barattato l’irruenza dei vent’anni con una raffinatezza affilata. I capelli scuri, ora raccolti con un’eleganza studiata, incorniciavano un viso dove i segni dell’esperienza non erano rughe, ma gradi di nobiltà.
Ci sedemmo per un caffè, srotolando le nostre vite come vecchie pergamene. Entrambi sposati, entrambi genitori, entrambi prigionieri di quella stanchezza matrimoniale che logora i silenzi. Lei lavorava nel brokeraggio assicurativo insieme al marito, Marco; io mi perdevo nei laboratori di ricerca. La promessa di rivedersi fu naturale, un modo per ancorarsi a un passato che appariva più vivido del presente.
Nelle settimane successive, il ricordo di Elena sfumò di nuovo tra i miei impegni, finché non arrivò un suo invito per un aperitivo. Seduti in un bar defilato, la conversazione virò bruscamente dalla cortesia alla confessione. Elena mi parlò di Marco e di un “regalo” che voleva fargli, un dono che richiedeva la complicità di un uomo che possedesse intelligenza, pulizia e, soprattutto, una discrezione assoluta. Mi confidò che la loro intimità era stata salvata da una pratica estrema: la penetrazione anale di Marco. Lui ne traeva un piacere devastante, ma conservava ancora un residuo di vergogna cattolica che gli impediva di esplorare quel territorio con un estraneo.
«Lui non è gay, Claudio,» precisò lei, fissandomi negli occhi con una sincerità quasi brutale. «È solo un uomo che ha scoperto un centro di piacere che lo fa impazzire. Voglio che sia tu a varcare quella soglia per primo. So che sei l’unico di cui potrebbe fidarsi.»
Nonostante lo sconcerto iniziale, la curiosità e il legame che ancora avvertivo per Elena mi spinsero ad accettare. Seguirono incontri preparatori, aperitivi a tre dove Elena, con la perizia di un burattinaio, lanciava allusioni sempre più spinte, testando il terreno e alimentando una tensione sotterranea che ci legava tutti e tre.
L’appuntamento fu fissato per un sabato sera di maggio. La loro casa era un inno alla sobrietà borghese, ma l’aria vibrava di una lussuria trattenuta. Elena mi accolse con un abito di seta verde mela, così leggero da apparire quasi immateriale, mentre Marco, in jeans e camicia bianca, emanava una mascolinità spigliata e solida. Era un uomo di quarantacinque anni, ben piantato, con lo sguardo di chi teme e desidera al tempo stesso ciò che sta per accadere.
Dopo una cena eccellente, il caffè e la grappa fecero da catalizzatore. Elena, con un gesto calcolato, sbottonò la camicia del marito e iniziò a leccargli il lobo dell’orecchio, mentre la sua mano scivolava verso la zip dei jeans. «Mi state facendo eccitare,» ammisi, sentendo il sangue pulsarmi nelle vene. «È proprio questo lo scopo,» rispose lei, liberando il sesso di Marco. Era un membro fiero, eccitato al massimo. Lei si chinò e iniziò a spompinare il marito con una foga che mi lasciò senza fiato.
Mi spogliai, avvicinandomi a loro. Sollevai l’abito di Elena, scoprendo che sotto non indossava nulla se non il profumo di un desiderio antico. Iniziai a leccarla, perdendomi tra i suoi umori, finché lei non si staccò da Marco. Si mise a cavalcioni su di lui, rivolta verso di me, e mentre si stantuffava sul marito, prese tra le labbra la mia verga. La sua bocca era un nido vellutato. Marco, sotto di lei, gemeva in preda a un orgasmo che Elena non volle interrompere, raccogliendo il suo seme in un bicchiere con una gestualità quasi rituale.
«Hai visto Claudio?» disse lei, pulendosi le labbra. «Volevo che vedessi la sua virilità prima di mostrarti la sua sottomissione. Marco gode quando lo penetro con un vibratore, ma ora ha bisogno di carne vibrante. Ha bisogno di te.»
Marco sedeva sul divano, il volto paonazzo, lo sguardo basso per la vergogna. Era stato spogliato di ogni difesa. Elena iniziò a incalzarlo, costringendolo a guardami negli occhi e a verbalizzare il suo desiderio di essere usato. Fu un momento di potere cerebrale assoluto: lo riducemmo a un oggetto, costringendolo a ringraziarmi in anticipo per l’umiliazione che gli avrei inflitto.
«Ti prego Claudio,» sussurrò Marco, le guance in fiamme, «riempimi il buchino con il tuo cazzo vero. Fammi impazzire come solo un uomo può fare.»
Elena portò Marco al centro della stanza, costringendolo a chinarsi sulla spalliera del divano. Le sue natiche erano perfettamente depilate, rasate e lucide, preparate come quelle di una concubina. Elena preparò un composto di olio di vaselina e il seme di Marco stesso, che aveva raccolto poco prima. «Lubrificherò l’ano di mio marito con il suo stesso sballo,» annunciò con una punta di perfidia.
Introdusse il clistere nel corpo di Marco, inondando le sue viscere con quel calore denso. Gli ordinò poi di andare in cucina a prendere dell’acqua, sapendo che il movimento avrebbe fatto colare il lubrificante lungo le sue cosce, segnando definitivamente la sua resa. Quando Marco tornò, la sua pelle brillava di vaselina. Era pronto.
Mi avvicinai. Il suo sfintere fremeva in contrazioni ritmiche, un richiamo involontario della carne. Iniziai a penetrarlo con una lentezza metodica. Non c’era dolore, solo una dilatazione estrema che sembrava risucchiarmi. Marco iniziò a mugolare, il viso affondato tra le braccia, mentre il mio movimento si faceva più vigoroso.
«Godi come una troia, non è vero?» lo incalzò Elena, prendendogli il viso tra le mani. «Sì, godo come una puttanella… il cazzo di Claudio è bollente, mi graffia le pareti… grazie, Claudio, riempimi tutto!»
La stanza era satura di odori organici e sospiri. Sentivo la sua stretta intestinale farsi sempre più feroce, finché non potei più trattenermi. Rovesciai dentro di lui una pioggia di seme bollente, un fiotto che parve svuotarmi l’anima. Sfilai la verga, osservando l’apertura di Marco che restava dilatata, scura e irrorata dai miei umori.
Eravamo tutti esausti. Marco, con un’umiltà commovente, si inginocchiò davanti a me. Sotto lo sguardo vittorioso di Elena, pulì il mio sesso con la lingua, raccogliendo ogni traccia di sperma e vaselina rimasta sulla mia pelle. «Sento il sapore del tuo potere, Claudio. È salato, è amaro, è la mia nuova libertà,» mormorò con la voce rotta.
La serata si concluse con Marco che, ancora in ginocchio, rendeva omaggio alla moglie, leccandola fino a farla gridare di piacere. Quando me ne andai, Roma mi sembrò meno fredda. Sapevo che quella non era stata una fine, ma l’inizio di una nuova, perversa liturgia che avremmo celebrato ancora molte volte sotto le stelle della capitale.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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