Il segreto della notte

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Il frastuono del locale mi stava trapando le tempie. Un martellamento continuo, alienante, che faceva tremare le pareti foderate di specchi e pelle finta del club sotterraneo. Ero venuto solo per Elena, e ora me ne stavo pentendo amaramente. Lei era laggiù, al centro della pista, un magnete che attirava gli sguardi sudati di decine di sconosciuti. Si muoveva con una grazia che io non possedevo, il suo vestito bordeaux che le fasciava i fianchi come una seconda pelle. Non ero geloso dei predatori che le ronzavano intorno; ero frustrato dal suo sguardo, che di tanto in tanto si posava su di me, fermo al bancone, carico di quel rimprovero silenzioso tipico di chi si sente ignorato. Ma io non so ballare. Sono scoordinato, rigido. Se avessi provato a seguirla, sarei sembrato un orso in mezzo a una coreografia perfetta.

Per fuggire a quel senso di inadeguatezza, decisi di perdermi nella folla. Mi sedetti su uno sgabello alto, ordinando un gin tonic pessimo. Fu allora che la notai. Seduta a due metri da me c’era una donna statuaria. Aveva la pelle color caramello, lunghi capelli scuri e una canottiera di seta nera che lasciava poco all’immaginazione. Stava bevendo tequila liscia. I nostri sguardi si incrociarono. Aveva occhi grandi, truccati pesantemente, che sembravano scavarti dentro. Il suo modo di fissarmi era sfacciato, quasi predatorio. L’alcol, o forse solo la noia, mi aveva reso temerario. Mi mossi leggermente sullo sgabello e, complice il pantalone di lino leggero che indossavo, non feci nulla per nascondere l’erezione spontanea che quello sguardo mi aveva provocato. Non ho mai avuto complessi sotto la cintura, e in quel momento mi sentivo invincibile.

Lei abbassò lo sguardo, notò il gonfiore evidente, e sorrise. Si alzò con grazia felina, accorciò la distanza e si appoggiò al mio fianco. «Sembra che tu abbia fretta di andartene, o c’è qualcos’altro che vuole uscire da quei pantaloni?» disse, avvicinandosi al mio orecchio per sovrastare la musica. La sua voce mi spiazzò. Non era acuta o squillante. Era bassa, roca, quasi ruvida. Un timbro androgino che la rendeva ancora più magnetica e aggressiva. Mi eccitò all’istante. «Dipende da quanto sono spaziosi i bagni qui dentro,» risposi, lanciando la provocazione. Lei mi prese per mano. «Vieni a scoprirlo.»

Il bagno era in fondo a un corridoio debolmente illuminato. Contro ogni previsione, era deserto. Un ambiente ampio, piastrellato di marmo scuro, silenzioso. Chiuse la porta a chiave con un gesto secco e mi si gettò addosso. Mi baciò con una foga selvaggia. Le nostre lingue si scontrarono e, nonostante il mio istinto monogamo mi suggerisse di fermarmi per non tradire Elena, il sapore della tequila e il profumo di quella sconosciuta azzerarono ogni mia difesa morale. Mentre la baciavo, le sue mani scesero alla mia cintura. Sbottonò i pantaloni e mi liberò. La sentii sussultare contro il mio petto. Fece un passo indietro, guardando le mie dimensioni con uno stupore che non sembrava finto. Si inginocchiò lentamente sulle piastrelle gelide. Afferrò la mia base e iniziò a leccare con una precisione chirurgica, concentrandosi sul solco che separa il glande dall’asta, trovando il mio punto debole con una maestria che mi fece rovesciare la testa all’indietro. Aveva labbra carnose, abilissime, ma non riusciva a prendermi tutto in bocca.

Dopo un tempo che mi parve troppo breve, si alzò, ansimando. Si voltò di spalle, appoggiando le mani sul bordo del lavandino, e sollevò la gonna di seta nera. Sotto non indossava nulla, solo un minuscolo laccetto nero che le tagliava i fianchi. «Prendimi da dietro. Spaccami,» mi ordinò, la voce ancora più roca e imperiosa. Il suo fondoschiena era perfetto, rotondo ma asciutto. Ma la cosa che mi fece pulsare il sangue nelle orecchie fu la visione del suo sfintere: teso, nudo, incredibilmente invitante. Mi chinai su di lei, bagnando il suo anello con la saliva, stuzzicandola con la lingua finché non sentii i muscoli rilassarsi sotto il mio tocco. Poi, senza ulteriori preamboli, mi raddrizzai e spinsi. Entrai con decisione. La sentii irrigidirsi per la pienezza improvvisa. Le cinsi i fianchi, iniziando a stantuffare con vigore. Lei si teneva forte al lavandino, urlando oscenità, incitandomi a essere più violento, a farle male.

Mentre affondavo nel suo corpo stretto, cercai di allungare le mani in avanti per accarezzarle il seno. Le sue mammelle erano sode, perfette, ma innaturalmente rigide sotto il mio tocco. Protesi artificiali. Un dettaglio che, lì per lì, non frenò la mia lussuria. Ero accecato, a pochi colpi dall’orgasmo, ma volevo vederla in faccia. Volevo sentire il suo respiro, volevo possederla frontalmente. Mi sfilai bruscamente. Lei si voltò, i capelli madidi di sudore, un’espressione indecifrabile sul volto. «Adesso ti assaggio io,» le dissi, facendola sdraiare sulle piastrelle, pronto a leccarle l’intimità.

Ma quando allargai le sue gambe, il mio cervello andò in corto circuito. Non c’era nessuna vagina. Al suo posto, un pene eretto, spesso, scuro, lungo almeno venticinque centimetri, con una cappella rosea e pulsante. Indietreggiai di mezzo metro, sbattendo contro la porta del bagno. Il cuore mi batteva all’impazzata. «Ma che cazzo…» balbettai, la voce incrinata tra lo shock e un misto di indignazione borghese che sapevo essere falsa. «Sei una donna trans? Ti fai scopare e non dici nulla? E adesso cosa vuoi, che mi metta in ginocchio?» La sua risposta fu un sorriso disarmante, malizioso. Non disse una parola. Si limitò ad allungare una mano dalle unghie laccate di rosso, afferrando il suo stesso sesso turgido e accarezzandolo lentamente, fissandomi negli occhi.

E fu in quel preciso momento che la mia maschera crollò. Il mio corpo non mentiva: il mio membro era ancora duro come il marmo, rivolto verso l’alto. La sorpresa non aveva spento la mia eccitazione; l’aveva accesa, trasformandola in una curiosità perversa e irresistibile. Mi avvicinai. Mi inginocchiai davanti a lei, le mani tremanti che si posavano sulle sue cosce lisce. E feci ciò che non avevo mai fatto in ventotto anni di vita. Mi chinai in avanti e presi quel cilindro di carne tra le labbra. Inizialmente fui esitante, ma il sapore salmastro e la reazione fisica che ottenni mi incoraggiarono. Cominciai a succhiare con avidità, imitando ciò che mi faceva impazzire ricevere. Scoprii che mi piaceva la sensazione del potere e della sottomissione mescolati, il gioco di equilibri che si stava creando in quel bagno squallido.

Ma lei non mi lasciò continuare a lungo. Mi afferrò per le spalle, tirandomi su. Aveva gli occhi lucidi, accesi di una lussuria dominante. «Ora tocca a te,» mi sussurrò. «Girati.» Il panico si scontrò con l’adrenalina. Io ero quello che penetrava, che allargava. Lei era più dotata di me in lunghezza, un’arma pensata per scendere in profondità. Mi girai, appoggiando le mani al muro. Sentii lo sputo freddo sulla mia schiena, poi il suo tocco deciso. Entrò con un colpo rapido, inesorabile. Trattenni il fiato, stringendo i denti. La sensazione di essere riempito da quel membro lungo e venoso fu scioccante. Mi sentii esposto, conquistato. «Dove è finito il maschio alfa?» mi derise lei, afferrandomi per i fianchi e iniziando a stantuffare. «Sei solo un pezzo di carne adesso. Il tuo cazzo non ti serve a nulla qui.» Era vero. La mia erezione enorme rimbalzava inutilmente contro il mio ventre ad ogni suo affondo, un orpello inutile, mentre la sua lunghezza mi esplorava dall’interno, toccando punti nevralgici che mi facevano vedere le stelle.

Mi portò sull’orlo del baratro. Quando capì che stavo per cedere, si sfilò. Si sdraiò sul pavimento e mi ordinò di accovacciarmi su di lei, in una sorta di 69 verticale. Io le incollai la bocca al membro, mentre lei prese il mio. I nostri movimenti si fecero frenetici. Sentii la sua gola contrarsi. Mi sparò in bocca tre fiotti densi, bollenti, che mi inondarono la gola. Istintivamente mi staccai, tossendo e sputando sul pavimento, il sapore forte che mi invadeva le papille. Ma non feci in tempo a riprendermi che l’orgasmo mi investì. Lei continuò a succhiarmi senza pietà, ingoiando ogni mia goccia, senza disperderne nemmeno una.

Ci separammo, i respiri affannosi che rimbombavano nel bagno. Ci rivestimmo in un silenzio carico di elettricità. Uscimmo nel corridoio. C’era un tizio in attesa, che mi lanciò uno sguardo d’invidia. «Te la sei fatta, eh? Fortunato,» mi ammiccò. Io sorrisi, asciugandomi la bocca con il dorso della mano. Se solo sapessi, pensai.

Tornai al bar. Elena era seduta su uno sgabello, i tacchi in mano, stanca morta. Erano le quattro del mattino. Mi guardò, notando il mio respiro corto e l’aria sconvolta. «Ti sei divertito, eh?» mi disse, con un sorriso enigmatico. «Andiamo a casa, e poi mi racconti tutto.» Tre giorni dopo, sdraiati nel nostro letto matrimoniale, le raccontai l’intera storia, senza censure. Lei non si arrabbiò, non mi insultò. Si limitò a sorridere, eccitata come non l’avevo mai vista. Poi, si bagnò due dita con la lingua, mi girò a pancia in giù, e per la prima volta nella nostra relazione, reclamò il mio corpo.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 27 Aprile 2026
Modificato: 27 Aprile 2026
Lettura: 8 min
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Generi:
Trav & Trans
Tag:
Dark Erotica, Degradazione, Maledom, Switch, Umiliazione

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