Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
L’aria del bagno è satura di vapore e dell’odore pungente del sapone di Marsiglia. La Padrona si muove con una precisione chirurgica, trasformando un atto quotidiano come la doccia in una procedura di ispezione tecnica. Sotto il getto d’acqua, le sue mani non cercano la carezza, ma lo sporco, strofinando ogni piega del mio corpo con una foga che mi scortica quasi la pelle. Quando il mio sangue tradisce la mia disciplina e il cazzo accenna a sollevarsi, la punizione è istantanea: la manopola gira verso il blu e l’acqua ghiacciata mi colpisce come una frustata di cristallo. L’erezione muore sul colpo, affogata nel gelo, lasciandomi tremante e ridotto alla mia funzione di oggetto da lucidare.
Sulla panca di legno, la depilazione completa la mia regressione. Il freddo della lama contro lo scroto e il perimetro dell’ano è un monito costante; la Padrona mi rade con una cura che non si riserva a un uomo, ma a una bestia da esposizione. Il risultato è grottesco: una zona pubica glabra e infantile, incorniciata dalla peluria selvaggia delle gambe e dell’addome. Sono una creatura ibrida, preparata per un uso che non mi appartiene.
Poi, l’invasione interna. Sento la cannula scivolare tra le chiappe, un’intrusione tiepida che inizia a gonfiarmi le viscere. Le parole della Padrona sono gocce di piombo: stasera sarò il “dono di ospitalità” per un uomo che non conosce la parola pietà. L’idea che un Padrone violento possa reclamare il mio corpo mi gela il sangue, ma è la minaccia della “contaminazione” a terrorizzarmi di più. Devo essere perfetto, un tempio vuoto e asettico, perché il minimo residuo organico segnerebbe la mia condanna sotto i colpi di uno sconosciuto.
La vergogna di svuotarmi davanti a lei, seduto sul water con le viscere in rivolta, è solo l’antipasto. La Padrona vuole che io sia il giudice della mia stessa pulizia. Quando mi impone di bere il “prodotto” del mio intestino, il limite del disgusto viene infranto. Accovacciato sul catino, in una posizione che mi toglie ogni rimasuglio di dignità umana, espello l’acqua che mi ha attraversato, monitorando con ansia ogni sfumatura di colore.
Chiedo altri quattro clisteri. Non è più una tortura imposta, è una necessità di sopravvivenza. Bevo quel bicchiere di acqua tiepida e cristallina con un conato ricacciato in gola, sentendo il sapore del mio stesso interno che ritorna in circolo. È il sapore della resa totale. La Padrona infila un dito, lo estrae e lo osserva come un gioielliere controlla la purezza di un diamante. È soddisfatta.
Il suono del campanello lacera il silenzio post-operatorio del bagno. È lui. Sento la sua voce profonda in corridoio, il tono di chi è abituato a possedere ciò che guarda. Sono nudo, svuotato, con le pareti dell’intestino che ancora bruciano per l’acqua e il sapone, pronto per essere consegnato come un pacco regalo al nuovo venuto. La Padrona mi mette il guinzaglio e mi trascina verso la porta della sala. Il banchetto sta per iniziare, e io sono l’unica portata sul tavolo.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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