Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Marina entrò nello studio Martinelli alle 16:00 in punto. L’aria condizionata dell’elegante palazzo d’epoca era un soffio gelido sulla sua pelle ancora accaldata dalla tensione. La segretaria, una donna dall’efficienza glaciale, le fece cenno di attendere sul divano di pelle bordeaux. Ogni mobile in quella stanza trasudava potere, ricchezza accumulata tra i codici e i segreti di famiglia della città. Quando l’avvocato la ricevette, il suo sguardo la spogliò prima ancora che lui aprisse bocca.
«Sei diventata una donna, Marina. Una giovane donna molto… interessante.»
Dopo aver congedato la segretaria, Martinelli chiuse la porta a doppia mandata. Il rumore metallico della serratura risuonò come una sentenza. Le versò un brandy spagnolo, un liquido ambrato che le bruciò la gola e lo stomaco, allentando appena i freni inibitori. Il racconto di Marina uscì come un fiume in piena: il debito del Romano, la droga sciolta nello scarico, la sorella minorenne da proteggere.
Martinelli ascoltava in silenzio, giocherellando con un tagliacarte d’avorio. Poi, con la calma di chi sta per sgozzare una preda, rivelò la verità: il debito era una trappola. Il Romano voleva lei per un giro di prostituzione internazionale, un inferno di bordelli tra la Turchia e l’Etiopia. Per dimostrarlo, accese un monitor gigante nascosto nella libreria.
Le immagini erano un massacro di dignità: una ragazza bionda usata come un orifizio pubblico, penetrata da orde di uomini, montata da animali, ridotta a un guscio vuoto tra fluidi e violenza. Marina guardava, inorridita ma con il ventre che pulsava per un’eccitazione ribelle e proibita.
«Posso salvarti, Marina. Ho undici amici pronti a estinguere il tuo debito. Sessanta milioni. Ma vogliono te. Per una notte, nella mia villa sul fiume. Sarai mascherata, un oggetto tra le loro mani. Al mattino, sarai libera e avrai un lavoro nel mio studio.»
«Lei è un bastardo,» sibilò lei, ma la sua voce non aveva forza. Il video sul monitor mostrava una ragazza sfinita che continuava a subire. Era quella la sua alternativa.
«Guarda il video e decidi. O loro, o noi.»
Marina capitolò. Il patto era siglato col sangue e col fumo del brandy. Ma Martinelli non aveva finito. Pretese un anticipo. Sotto il suo sguardo gelido, Marina si spogliò al centro del tappeto persiano. Restò nuda, esposta, mentre lui la faceva girare per ispezionare la “merce”. Quando la fece piegare in avanti, sentì il suo dito penetrare la fica depilata e umida.
«Sei già bagnata, piccola troia. Ti è piaciuto lo spettacolo, eh?»
Lui si sedette e liberò il suo membro: un’asta imponente, scura, che batteva contro il suo ventre. Marina si inginocchiò. Accolse quella testa violacea tra le labbra, sentendo la mascella sforzarsi per contenere tanta carne. Lo lavorò con una foga nata dalla disperazione e dall’esperienza, ingoiando i getti caldi e densi che lui le esplose in gola senza emettere un suono.
Ma il gioco era appena iniziato. Martinelli la trascinò sul divano, facendola sdraiare con le natiche sul bordo. La divorò con la lingua, portandola a un orgasmo che la fece urlare e contorcere come una posseduta, prima di decidere di prenderla sul serio. Quando puntò quella mazza d’acciaio contro la sua carne, Marina sentì il terrore di essere spezzata.
Lui entrò lentamente, millimetro dopo millimetro, allargandola come se volesse aprirla in due. Marina deglutì a vuoto, sentendo la punta di lui colpire il fondo del suo utero. Era un’invasione totale. Mentre la possedeva con colpi lunghi e pesanti, la costrinse a confessare ogni dettaglio del suo incontro con i gorilla del Romano.
«Dimmi come ti hanno sborrato in bocca, Marina. Dimmi quanto ti è piaciuto sentirti una cagnetta tra le loro mani!»
Lei rispose tra i gemiti, confessando il piacere provato nel subire, l’eccitazione di quel seme estraneo, la masturbazione solitaria con la candela rossa nel buco del culo. La verità e la perversione si fondevano nel ritmo frenetico della penetrazione. Martinelli la portò al limite, facendola venire ancora e ancora, finché la sua vagina non divenne un ammasso di muscoli vibranti e umori.
Si sfilò solo all’ultimo istante, risalendo verso il suo viso per inondarle la bocca con una seconda, massiccia dose di sperma. Marina lo ingoiò tutto, ripulendo il membro con la lingua finché non divenne flaccido.
«Sabato alle 16:00,» le disse lui mentre si rivestiva con indifferenza. «Non dimenticare di portare la tua voglia di ubbidire.»
Marina uscì dallo studio barcollando, il corpo che ancora conservava la forma di quell’uomo, la mente già proiettata verso la villa sull’argine. Sapeva di essere diventata una pedina, ma per la prima volta nella sua vita, sentiva che il gioco valeva finalmente la candela.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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