Il Protocollo del Dolore

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Le fantasie hanno il vizio di presentarsi con un volto rassicurante, quasi banale, prima di rivelare la loro natura spietata. Quando Clarissa mi propose di occuparsi della mia igiene intima, presentandosi come una sorta di estetista improvvisata, abboccai all’amo con la lussuria di un adolescente. Immaginavo una scena da film erotico di serie B: io disteso sul suo letto, lei che maneggia una lametta con finta perizia, il mio cazzo che si risveglia tra le sue dita e la sessione che degenera in un amplesso selvaggio tra le lenzuola. Pensavo fosse una scusa, un modo creativo per mettermi finalmente le mani addosso dopo mesi di sguardi ambigui.

Non avrei potuto commettere errore più grande.

Quando arrivai nel suo appartamento, l’atmosfera non aveva nulla di domestico. Clarissa aveva allestito una stanza secondaria come un ambulatorio clandestino. Al centro svettava un lettino professionale da massaggio, coperto da un lenzuolino di carta sterile che scricchiolava sotto il mio peso. Lei non indossava lingerie provocante, ma un camice bianco abbottonato fino al collo, i capelli raccolti in una coda severa e un trucco pesante, quasi teatrale, che rendeva il suo sguardo profondo e privo di empatia.

«Nudo. E supino,» ordinò, senza nemmeno guardarmi negli occhi.

Appena mi sdraiai, la sorpresa si trasformò in un brivido di allarme. Prese due foulard di seta pesante e, con nodi rapidi ed esperti, mi assicurò i polsi ai montanti del lettino. «Così eviteremo interruzioni poco professionali,» commentò con un sorriso gelido. Prima che potessi protestare, impugnò un paio di forbici chirurgiche e iniziò a sfoltire la boscaglia del mio pube, lavorando con una precisione millimetrica. I peli cadevano come pioggia scura sulla carta. Ero eccitato, è inutile negarlo, e il mio cazzo iniziò a gonfiarsi, orgoglioso e ignaro del destino che lo attendeva.

Poi, dal cassetto di un carrello metallico, estrasse lo strumento del mio martirio: una pinzetta per sopracciglia in acciaio inox.

Si sedette su uno sgabello rotante, posizionandosi esattamente tra le mie gambe divaricate. Non ci fu crema, non ci fu cera, non ci fu pietà. Iniziò a strappare. Un pelo alla volta.

La prima fitta fu un ago di fuoco. La seconda una scossa elettrica. Lo strappo era deciso, metodico, cadenzato. «Perché la pinzetta, Clarissa? Usa una lametta, finiamo in fretta,» ansimai, cercando di darmi un contegno mentre il dolore iniziava a irradiarsi verso l’inguine.

Lei si fermò, mi guardò dall’alto del suo sgabello e scandì le parole con una lentezza atroce: «La lametta è per gli uomini che hanno fretta. Noi donne sappiamo che la bellezza nasce dallo strappo. La pinzetta, caro mio, nutre il mio sadismo con il tuo dolore, un millimetro alla volta.» Il suo sorriso era puro sarcasmo, una maschera di soddisfazione perversa che mi lasciò ammutolito.

La tortura durò più di due ore. Clarissa non tralasciò nulla. Con una pazienza demoniaca, ripulì ogni centimetro della sacca scrotale e la base dell’asta, che lei stessa si premurava di manipolare ogni volta che accennava a rilassarsi. «Devi restare duro,» sussurrava, «la pelle tesa trasmette meglio il dolore. Voglio che tu senta ogni singolo bulbo che si stacca dalla carne.»

Al termine della seduta, ero un campo di battaglia. Il mio pube era rosso fuoco, gonfio e pulsante, liscio come la pelle di un neonato eccetto per un minuscolo rettangolo curatissimo — il cosiddetto postage stamp — che lei aveva lasciato come marchio della sua perfezione estetica. Mi slegò con indifferenza, facendomi capire che la “visita” era conclusa. Mi rivestii con i movimenti di un invalido, sentendo il tessuto dei pantaloni graffiare la zona infiammata.

Uscimmo a cena con degli amici, un paradosso sociale in cui io dovevo fingere normalità mentre tra le gambe sentivo il riverbero di migliaia di micro-lacerazioni. Solo dopo la mezzanotte, dopo l’ultimo drink al pub, ci imboscammo in un parcheggio isolato. La rabbia accumulata durante la tortura si era trasformata in una bramosia violenta.

Il bacio fu un assalto di lingue e morsi. Clarissa si sfilò i jeans e si avventò su di me, impalandosi sul mio cazzo ancora turgido dal pomeriggio. Ma quando iniziò a muoversi, lo sfregamento delle sue cosce contro il mio pube arrossato divenne insopportabile. Il piacere era soffocato da fitte di dolore acuto.

«Girati, cagna! Mettiti a pecora!» ruggii, incapace di reggere oltre quella posizione.

Lei ubbidì con una risata roca, capendo che la mia pazienza era finita. Quando si voltò, partì la mia vendetta. Le affondai le dita nelle natiche con una forza bruta, quasi a voler lasciare i lividi, e iniziai a scoppiarla con una foga cieca. Ad ogni colpo, il mio pube sbatteva contro di lei, alimentando la mia ferocia. Volevo punirla per ogni singolo pelo strappato, per ogni secondo di quell’agonia silenziosa sul lettino.

La sbattei con una violenza tale da far sobbalzare l’auto, mentre lei gridava come un’ossessa, venendo ripetutamente tra sussulti e invocazioni. La mia sete di rivalsa trovò lo sfogo finale quando, a un passo dall’orgasmo, la sollevai di peso e deviai la traiettoria. Centrai il suo ano con un affondo secco e spietato, concludendo la mia corsa con due colpi profondi che le mozzarono il fiato, inondandola del mio seme bollente.

Si accasciò sui sedili, ansimando, con un sorriso trionfante sulle labbra. Mi guardò, ancora spettinata e con il trucco colato, e mormorò: «Sapevo che avresti apprezzato il rodaggio…»

Quella notte il dolore divenne un ricordo lontano, sostituito dal sigillo di una complicità perversa che, sapevo già, ci avrebbe riportato molto presto su quel lettino.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 19 Aprile 2026
Modificato: 19 Aprile 2026
Lettura: 5 min
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Generi:
Dominazione & BDSM
Tag:
Degradazione, Impact Play, Maledom, Romance Bdsm, Umiliazione

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