Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
La doccia non era bastata a lavar via l’ansia. Mentre guidavo verso il nostro primo incontro, il calore umido dell’estate si appiccicava alla maglietta, ma era il pensiero di ciò che mi aspettava a farmi sudare davvero. Dopo mesi di mail, di parole pesate e desideri scritti, il Padrone stava per diventare carne, voce e comando.
Mi venne incontro con una naturalezza disarmante. Mi guidò verso un bar anonimo, indicandomi la via come si fa con un vecchio amico, ma c’era qualcosa nella sua postura che marcava già il territorio. Ci sedemmo in una saletta interna, un angolo di penombra riparato dal caos del traffico. Lui ordinò un caffè per sé e un’acqua naturale per me.
“Che caldo atroce,” esordì, guardandomi dritto negli occhi. “Per fortuna che tra poco sarai totalmente nudo.” Lo disse con un tono normale, senza abbassare la voce, mentre una coppia al tavolo vicino chiacchierava del più e del meno. Il sangue mi salì al volto in un incendio di vergogna. Lui colse il mio imbarazzo e, invece di proteggermi, lo usò come un grimaldello.
Iniziò l’interrogatorio. Le domande erano lame che squarciavano il decoro del locale. “Ti piace sentirti così? Quando ti sei masturbato l’ultima volta? Sei pronto a sentire finalmente un uomo dentro di te?” Ogni volta che provavo a rispondere con un sussurro, lui inclinava la testa. “Non ti sento. Alza la voce. Dimmi come ti aspetti che sia avere il mio cazzo in bocca.” Ero costretto a verbalizzare le mie fantasie più sporche in un luogo pubblico, mentre la sua mano, con una lentezza calcolata, sfiorava la pelle nuda della mia gamba sopra il bordo dei calzoncini.
“Hai caldo, vero?” mi chiese, notando il mio disagio fisico. “Sì, molto.” “Allora vai in bagno. Togliti i boxer e portameli qui. Ora.”
Eseguii come un automa. In bagno, il silenzio dei sanitari mi restituì per un attimo la realtà, ma il comando era più forte della logica. Tornai al tavolo con la biancheria stretta in pugno. Gliela consegnai e lui, con un gesto di un’arroganza suprema, la stese sul tavolino, accanto alle tazzine del caffè. Erano lì, in bella mostra, mentre il cameriere si avvicinava per servire le ordinazioni.
Ero nudo sotto i calzoncini, esposto, con il mio odore appoggiato sul marmo del tavolo. La sua mano iniziò a risalire la mia coscia, ignorando il ginocchio per puntare direttamente al rigonfiamento che non riuscivo a nascondere. “Sei soddisfatto di questo incontro preliminare?” mi chiese, posando la tazzina vuota. “Ti senti pronto a seguirmi?” “Sì,” risposi, la voce ridotta a un filo.
Si alzò, intascando i miei boxer con un gesto fluido. Feci per scattare in piedi, ma un suo gesto mi inchiodò alla sedia. “Finisci l’acqua. Alla goccia.” Bevvi tutto, sentendo il freddo del liquido scendere nel petto mentre lui mi sovrastava. Poi mi condusse fuori, verso il suo palazzo.
In ascensore, l’aria divenne irrespirabile. Cercai di abbassare lo sguardo, ma il suo comando mi riafferrò il mento. “Guardami negli occhi.” Mentre le pupille si incastravano nelle sue, sentii la sua mano infilarsi prepotentemente nei miei pantaloni. Mi afferrò con una presa salda, sentendo quanto fossi già duro e bagnato di eccitazione. “Togliti i pantaloni. Qui.”
Il suono della zip nell’abitacolo dell’ascensore sembrò un colpo di cannone. Rimasi in maglietta, le gambe nude, mentre lui mi teneva stretto per il sesso come se fosse un guinzaglio di carne. Il terrore che le porte si aprissero su un condomino qualunque mi faceva battere il cuore in gola, ma il piacere della sottomissione assoluta era più forte. Mi trascinò fuori, verso la sua porta, tenendomi saldo per la mia virilità.
Aprì la serratura. Il buio dell’appartamento ci accolse come una bocca pronta a inghiottirci.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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