Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Non so come sia successo. Non c’è stato un trauma, nessuna violenza improvvisa. È stata un’erosione lenta, costante, un’infiltrazione silenziosa che ha occupato ogni spazio libero della mia mente. Ora, quel Padrone che non ho mai visto è l’unico architetto della mia realtà. Senza i suoi ordini, mi sento un involucro vuoto; senza il suo permesso, non sono altro che un riflesso senza scopo.
Tutto è iniziato con piccole concessioni, quasi divertenti. Dormire nudo, all’inizio, era solo un modo per sentirmi più vicino a lui durante la notte. Ma poi la sua voce, attraverso lo schermo, ha iniziato a reclamare la mia intera biologia.
Oggi, la mia alimentazione è un rito di sottomissione. Scansiono ogni pasto, invio messaggi per ogni boccone. Se ho fame e il telefono tace, lo stomaco brontola nel vuoto, ma non oso toccare nulla. Mi ha riportato al mio peso forma, ha scolpito il mio corpo con i venti minuti di esercizio forzato ogni mattina, ma il prezzo è stato la mia autonomia. Mi sento meglio, più equilibrato, più bello; ma è la bellezza di un oggetto ben tenuto, lucidato per il compiacimento del suo proprietario.
Anche il mio armadio è stato epurato. Il mio cassetto della biancheria è un deserto: ho tenuto solo due paia di mutande, reliquie di una vita precedente. Ogni mattina mando una foto del mio abbigliamento: jeans, una maglietta anonima, niente loghi. Sotto, il vuoto. La brezza che accarezza la pelle nuda sotto il denim è il suo tocco costante. In ufficio, mentre parlo con i colleghi, sento il laccio rosa che mi strozza i testicoli. È un segreto viscerale che mi scotta contro la sedia, un promemoria costante che, mentre firmo documenti o rispondo a mail, io appartengo a Lui.
Persino i miei bisogni fisiologici sono stati degradati a report burocratici. “La cagna ha pisciato.” “La cagna ha cagato.” Sono diventato un animale domestico che riferisce le proprie funzioni biologiche. La “Cagna”: è così che mi chiama, ed è così che ho imparato a definirmi. Le mie attività sessuali sono state confiscate; la masturbazione è un lusso che devo implorare in ginocchio davanti alla webcam, piangendo per un rilascio che raramente mi concede.
La sera è il momento dell’attesa. Resto seduto nudo, completamente depilato – la pelle liscia come quella di un bambino e lucida di sottomissione – aspettando che l’icona di Skype si illumini. A volte la sessione è brutale: cera bollente che mi sigilla l’inguine, oggetti di dimensioni impossibili che dilatano i miei confini, il sapore acre e caldo del mio stesso piscio nel bicchiere che bevo sotto il suo sguardo digitale. Altre volte, mi lascia lì, pronto e tremante, per poi non collegarsi mai.
L’incertezza è la sua frusta più efficace.
Sono totalmente dipendente da una voce e da una stringa di testo. Sono un uomo che vive in una metropoli, circondato da gente che crede di conoscermi, ma la verità è che non esisto se non nel momento in cui Lui preme “invio”. Non l’ho mai visto, eppure non c’è nessuno che io conosca più intimamente del mio Padrone.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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