Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
La paziente, che chiamerò Marta, soffriva di una dicotomia paralizzante. Quando aveva chiamato per fissare il consulto nel mio studio di psicoterapia a Milano, era stata evasiva, quasi balbettante, ma l’urgenza nella sua voce era un campanello d’allarme impossibile da ignorare. «Leo!» chiamai, senza alzare troppo la voce. Il mio assistente apparve sulla soglia, un quaderno di pelle tra le mani. «Mi dica, dottoressa Valenti. La signora Marta è nel corridoio. Ho riorganizzato l’agenda del giovedì e…» «Leo, se una donna ti chiedesse di ingoiare la sua saliva, la troveresti una deviazione inaccettabile?» lo interruppi, fissandolo oltre le lenti dei miei occhiali da vista. Lui arrossì impercettibilmente, ma non abbassò lo sguardo. «Se me lo chiedesse lei, dottoressa? Sarebbe un onore. Anzi, se vuole…» Sorrisi, scuotendo la testa. Leo non era solo un segretario impeccabile; era il mio progetto personale, un uomo di trent’anni dal fisico scultoreo che avevo lentamente destrutturato. Era arrivato da me in cerca di una terapia per gestire lo stress lavorativo; io avevo incanalato la sua ansia nella sottomissione. Lo stavo “guarendo” attraverso il controllo totale, e lui, come un levriero fedele, non cercava altro che il mio guinzaglio. «Non allargarti, Leo. Togliti la cravatta, inginocchiati e puliscimi le décolleté con la lingua finché non suona il campanello. Non voglio vedere un granello di polvere su questo tacco dodici.»
Leo obbedì in silenzio. Posò il quaderno, si inginocchiò sul tappeto del mio studio e iniziò a leccare la vernice nera delle mie scarpe, visibilmente eccitato. L’idea che fosse costretto a reprimere la sua libido mentre mi serviva era il fulcro della sua terapia. DRIN. «Basta così, Leo. Vai ad aprire. E cerca di nascondere quel rigonfiamento, o ti faccio licenziare in tronco.» Si alzò a fatica, sistemandosi i pantaloni, e corse all’ingresso. Asciugai le scarpe con un fazzoletto, sistemai la piega del mio tailleur e mi sedetti alla scrivania.
Quando Leo introdusse Marta, le feci segno di accomodarsi sulla poltrona di velluto di fronte a me, tralasciando il lettino analitico. Era una ragazza che si mimetizzava con l’arredamento: capelli castani legati in una coda dimessa, un maglione di lana troppo largo, jeans anonimi. Aveva ventisei anni, ma la sua postura rigida la faceva sembrare una collegiale in punizione. «Iniziamo con qualcosa di facile, Marta,» esordii, appoggiando i gomiti sulla scrivania. «Mi racconti della sua relazione. Come va con il suo compagno?» Marta si torturò le pellicine dei pollici. «Ehm… malissimo. L’ho lasciato due giorni fa.» «Posso chiederle il motivo? Ha scoperto un tradimento? C’è stata violenza?» «No, niente di tutto questo,» rispose, gli occhi lucidi che fissavano il pavimento. «Lui è sempre stato dolce. I miei genitori lo adoravano, frequentavamo la stessa parrocchia…» «E allora cosa è successo di così grave da farle chiudere la storia?» Marta prese un respiro profondo, il viso in fiamme. «Mi ha… mi ha fatto la pipì addosso.»
Rimasi in silenzio per un paio di secondi, elaborando l’informazione. «La pipì. Contro la sua volontà?» «No… io… io gli avevo detto che mi incuriosiva. Gliel’ho permesso.» «E le ha fatto schifo? Le ha causato un trauma?» Marta alzò improvvisamente lo sguardo, gli occhi pieni di una disperazione rabbiosa. «No! È questo il punto, dottoressa! Mi è piaciuto da impazzire! Mi sono eccitata come non mi era mai successo in vita mia! E ora mi faccio schifo. Mi sento sporca, malata, una pervertita senza morale!»
Iniziai a capire. Il problema non era l’atto in sé, ma il collasso della sua architettura morale. Marta era vittima del senso di colpa cattolico, schiacciata tra il desiderio della carne e l’educazione borghese. Se volevo smantellare le sue difese, dovevo usare la terapia d’urto. Dovevo sporcarmi le mani per dimostrarle che il fango non era poi così male. «Marta, mi ascolti bene,» dissi, alzandomi e aggirando la scrivania. «Il piacere non ha un codice penale. Se lei e il suo compagno stavate sperimentando una pratica consensuale, che non danneggiava nessuno, dov’è il crimine?» «Lei non capisce! Io sono una ragazza normale!» «Normale? Cos’è normale, Marta? Guardi me.» Mi fermai a un palmo dal suo viso. «Io sono una stimata professionista. Ma la mia più grande gratificazione sessuale deriva dal ridurre gli uomini in schiavitù, umiliarli e farmi venerare come una divinità capricciosa. Lo trova disgustoso?» Marta sbarrò gli occhi. «È… estremo.» «Ma non è sbagliato, perché le regole le stabilisco io con chi accetta di giocare con me.»
Marta scosse la testa. «Lei sta cercando di giustificarmi, ma la mia fantasia è sporca…» «Sporca?» La interruppi. L’impulso di spezzare quella sua finta innocenza prese il sopravvento sulla deontologia professionale. Mi inginocchiai davanti a lei. «Non ha idea di cosa sia “sporco”, Marta.» Allungai le mani e le sbottonai i jeans. «Dottoressa, cosa sta facendo?!» balbettò lei, pietrificata. Non le diedi il tempo di reagire. Le tirai giù i pantaloni e le mutandine di cotone bianco fino alle caviglie. Marta rimase congelata sul bordo della poltrona, la vulva glabra esposta all’aria fresca dello studio. «Mi faccia la pipì in bocca. Ora,» le ordinai, guardandola fissa negli occhi.
Il suo respiro si bloccò. C’era terrore, ma anche un’ombra di eccitazione primitiva nel suo sguardo. La sua educazione lottava contro il suo istinto. «Coraggio, Marta. Le sto dimostrando che non mi fa schifo. Che il suo desiderio non è un abominio.» Non dovette sforzarsi troppo. Probabilmente la tensione le aveva già riempito la vescica. Chiuse gli occhi e, con un tremito, lasciò andare il flusso. Il getto di urina calda mi colpì direttamente in faccia, bagnandomi le labbra, scivolandomi sulla lingua e schizzando sugli occhiali da vista. Ingoiai senza esitare, assaporando il gusto leggermente salino e tiepido. Non era sgradevole. Era intimo, primordiale, un fluido che abbatteva ogni barriera sociale. «Vede?» le dissi, la voce bagnata, togliendomi gli occhiali per guardarla meglio. «Sono ancora viva. E lei sta godendo.»
Marta era rossa in viso, le mani intrecciate nei capelli, il seno che si alzava e si abbassava ritmicamente sotto il maglione. Avanzai ancora. Affondai il viso nella sua figa lucida, leccando via gli ultimi residui di urina e iniziando a stimolarle il clitoride con movimenti rapidi e voraci della lingua. Il sapore della sua eccitazione mescolato alla sua essenza liquida era una droga potente. Sapeva di paura e liberazione. «Oh, Dio… dottoressa… è incredibile…» ansimò Marta, inarcando la schiena. La sentii affondare le dita nel cuscino della poltrona. Le sollevai il maglione, baciandole il ventre piatto e l’ombelico, lasciando la mia traccia bagnata sulla sua pelle tremante. «Vede, Marta? È solo carne, fluidi e piacere. Non c’è nessun tribunale divino a giudicarla in questa stanza.»
Mi alzai, spogliandomi a mia volta con gesti rapidi. Il mio tailleur finì sul tappeto, accanto ai suoi jeans. «Si sdrai sul tappeto,» le ordinai. Marta scivolò a terra, completamente nuda, docile, trasformata. Mi posizionai sopra di lei, rovesciata in un 69 asimmetrico. La mia lingua tornò ad accanirsi sulla sua vulva, mentre sentivo le sue labbra incerte, poi sempre più avide, esplorare la mia. Era un groviglio di corpi umidi e respiri spezzati, un rito di sconsacrazione che ci stava divorando entrambe. «Sono pronta!» gridò improvvisamente lei, stringendo le mani sulle mie cosce. «Pronta per cosa?» sussurrai, staccandomi per un secondo dalla sua carne. «La bocca… apri la bocca.» Capii immediatamente. Inarcai il bacino, posizionando la mia vagina esattamente sopra le sue labbra dischiuse. Lasciai andare il mio controllo, liberando un getto caldo di urina che finì dritto nella sua gola. La sentii deglutire avidamente, senza tossire, accogliendo il mio flusso con una devozione che mi fece esplodere in un orgasmo violento e scrosciante.
Quando tutto finì, il silenzio nello studio era denso, interrotto solo dal rumore dei nostri respiri. Ci rivestimmo senza fretta. Marta si sistemò il maglione, il viso rilassato, lo sguardo finalmente limpido. «Non so come ringraziarla, dottoressa Valenti,» disse, la voce ferma. «Può chiamarmi Camilla,» risposi, sistemandomi la camicetta. «Stasera andrò dal mio ragazzo. Gli chiederò scusa per averlo trattato come un mostro e gli chiederò di farlo di nuovo. Senza vergogna.» Rise, una risata cristallina e liberatoria. «Mi sento viva. Grazie, Camilla. Davvero.» Mentre si avvicinava alla porta, un impulso irrazionale mi bloccò il respiro. «Marta, aspetta.» Si voltò. «Io… il mio numero personale. Se avessi bisogno…» Balbettai. Io, che non perdevo mai il controllo, stavo offrendo una crepa nella mia armatura. Marta sorrise, un sorriso malizioso che non le avevo visto prima. «Prendo il tuo numero volentieri, Camilla. Ma non per una terapia. Hai detto che ti piace essere venerata. La prossima settimana, se hai un’ora libera, vengo qui e ti pulisco lo studio in ginocchio. E poi vediamo chi comanda.»
Uscì dalla porta prima che potessi rispondere. Rimasi pietrificata per tre secondi netti, il sangue che mi martellava le tempie. Uscii nel corridoio. Leo era lì, in piedi dietro la sua scrivania, le nocche bianche sul bordo del tavolo e i pantaloni che non riuscivano più a contenere l’erezione monumentale che lo stava torturando. «Leo,» ordinai, con un filo di voce che era pura nitroglicerina. «Chiudi a chiave lo studio. Ho bisogno di sventrarti. Subito.»
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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