Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
È il compleanno del Padrone, e il dono che ho in mente non si scarta: si usa. Lui ama il gioco degli specchi, adora vedermi recitare la parte del predatore, del duro, del maschio Alpha che domina il mondo esterno, per poi godersi il momento in cui, nel segreto delle sue stanze, mi spezzo davanti alla sua autorità superiore. È la conferma suprema del suo potere: domare chi doma gli altri.
Alle 21:00 puntuali, varco la soglia. Dietro di me, Daniel cammina con lo sguardo basso. Ha vent’anni, la pelle liscia e quell’aria di terrore che lo rende perfetto. L’ho selezionato con cura, testato e preparato come un pezzo di carne pregiata. Prima di uscire, a casa mia, gli ho legato un fiocco di raso rosso intorno allo scroto, stringendolo fino a fargli mancare il respiro ai testicoli, che ora pulsano di un viola scuro sotto il tessuto dei pantaloni.
Presento il “regalo”. Spoglio Daniel finché non resta solo in boxer, tremante, ed espongo l’offerta al Padrone. «Puoi guardare mentre lo distruggo, o puoi prenderci entrambi», sussurro.
Il Padrone si alza, si avvicina a Daniel e con un gesto brusco gli abbassa i boxer. Quando vede il fiocco che strozza le palle gonfie e livide del ragazzo, un sorriso crudele gli illumina il volto. Si siede in poltrona, la postura di un imperatore. «Fammi vedere cosa sai fare».
È il segnale. Mi spoglio, sentendo l’adrenalina scorrermi nelle vene. Spingo Daniel a pancia in giù sul tavolo, le mani legate dietro la schiena in una presa che gli blocca le spalle. Le sue gambe sono divaricate, il sesso e le palle strozzate penzolano nel vuoto, esposti alla vista. Impugno la cinghia. Il cuoio sibila prima di schiantarsi sulla carne bianca.
«Conta!».
Uno, due… dieci… le urla di Daniel riempiono la stanza. Non è abituato a questa intensità, ma io non ho pietà; ogni colpo è un tributo che offro al mio Padrone per dimostrargli la mia forza. Cinquanta cinghiate dopo, il sedere di Daniel è una mappa di solchi viola e rigonfiamenti scarlatti. Lo trascino via dal tavolo, i suoi piedi inciampano, finisce in ginocchio con le guance rigate di pianto.
Gli impongo il mio cazzo in bocca. Succhia con la disperazione di chi cerca protezione, avvolgendo con le labbra anche le mie palle, mentre io mi volto per offrirgli il mio ano. Vedere la faccia di questo ragazzino immersa tra le natiche del suo schiavo preferito fa brillare gli occhi al Padrone.
Ma non è abbastanza. Porto Daniel a quattro zampe davanti alla poltrona, forzandogli il viso tra le gambe del Padrone perché sia obbligato a guardarlo negli occhi mentre lo violo. Ungo il suo buco con fredda precisione e affondo. Daniel è stretto, il dolore della cinghia lo rende rigido, ma quando finalmente entro del tutto e inizio a pompare, la sua faccia diventa una maschera di sofferenza e piacere forzato. Il Padrone si gode ogni spinta, ogni smorfia, ogni gemito strozzato che Daniel espira contro le sue ginocchia.
Quando sento l’orgasmo risalire, mi sfilo. «Padrone… posso?». Un cenno del capo. È l’unica autorizzazione che conta. Scarico cinque getti densi e caldi sulla faccia di Daniel, poi con un dito raccolgo lo sperma dalla sua pelle e glielo spingo in bocca, costringendolo a bere la mia traccia.
Il ragazzo è sfinito, pensa che il calvario sia finito. Invece lo riporto sul tavolo, a novanta, offrendo la vista del suo ano tumefatto e delle chiappe rigate. Altri quindici colpi di cinghia squarciano il silenzio, facendolo urlare di nuovo. Mi fermo, ansimante. Mi avvicino al Padrone e gli offro quella carne martoriata su un piatto d’argento.
Lui si alza lentamente. Sfiora con le dita le righe viola, poi affonda un dito nel buco dilatato di Daniel, saggiandone la resa. Poi, senza nemmeno guardare il ragazzo, si volta verso di me. Lo sguardo è di ghiaccio.
«Manda via questo frocetto e vieni a succhiarmelo. Muoviti».
Il cuore mi balza in gola. Il gioco del predatore è finito. In un secondo, il “duro” svanisce. Sono di nuovo ai suoi piedi, pronto a servirlo come solo io so fare. Adoro quest’uomo.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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