Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
La sala proiezioni nel cuore della città era un lungo rettangolo dalle pareti asettiche, un soffitto che si perdeva nel buio e file interminabili di poltroncine in velluto consunto. C’erano tre ingressi che vomitavano spettatori alle spalle dell’ultima fila e un’unica uscita d’emergenza, una porta gialla che sembrava l’unica via di fuga da quella scatola di sogni e sudore.
Sofia arrivò con cinque minuti di ritardo. La sua schiava, Elena, l’aspettava nell’atrio con i biglietti già pronti tra le dita tremanti, per evitare che la sua signora dovesse perdere anche un solo istante in fila. Entrarono nel silenzio della sala semivuota; era l’ultima settimana di programmazione e il pubblico era ridotto a pochi spettatori sparsi nelle prime file. Sofia ed Elena scelsero il buio protettivo delle ultime poltrone, lontano da occhi indiscreti.
Non appena le luci si spensero, la mano di Sofia si artigliò tra i capelli castani di Elena, spingendole la testa verso il basso con una violenza che non ammetteva repliche. Elena si accovacciò sul pavimento lercio, incastrandosi nello spazio angusto tra le gambe di Sofia e lo schienale davanti. Era estate piena, e Sofia indossava solo una maglietta leggera, pantaloni di seta rosa che le carezzavano i fianchi e un paio di sandali infradito che lasciavano i piedi completamente esposti.
— Leccami fino alla fine del film — ordinò Sofia, la voce un sussurro gelido che sovrastava i primi titoli di testa.
Elena obbedì all’istante. Sfilò i sandali con una devozione quasi religiosa, riponendoli con cura sotto il sedile, poi posò le palme delle mani a terra e iniziò la sua opera. Partì dal collo del piede, assaporando la pelle liscia e fresca con una lentezza metodica. Ogni centimetro di quelle estremità veniva lucidato, ogni spazio tra le dita esplorato dalla sua lingua mulinante, godendo nel ripulire i talloni modellati da ogni granello di polvere invisibile.
Dopo venti minuti di quella lenta adorazione, Sofia iniziò a stancarsi della troppa dolcezza. Con un movimento secco, premette un piede sulla nuca di Elena, schiacciandole il volto contro il pavimento, mentre infilava l’alluce dell’altro tra le sue labbra. Elena non osò ribellarsi; soffocava quasi sotto il peso di quel tallone autoritario, ma continuò caparbiamente a lavorare di lingua attorno alle dita della sua signora.
All’improvviso, una voce ruppe l’incantesimo dalle loro spalle. — Sofia? Sei proprio tu? —
Sofia si voltò. Nella penombra distinse il profilo di una ragazza dai capelli raccolti in una lunga coda e occhi che brillavano nel riflesso dello schermo. — Giulia! — esclamò Sofia. — Non pensavo di trovarti qui. — — Sono venuta per il film. E tu? — chiese Giulia con un sorriso malizioso.
Sofia rise, senza minimamente preoccuparsi di nascondere l’essere umano che le stava pulendo i piedi sul pavimento. Giulia non era una persona qualunque: era una come lei, una predatrice. — Ero stufa di stare in casa con i miei. Sono venuta qui a farmi rinfrescare i piedi in santa pace. — Giulia si sporse oltre lo schienale, osservando Elena schiacciata e impegnata nel suo compito. — E questa chi è? — — La mia proprietà personale. Fa tutto: mi pulisce casa, mi lava la biancheria, si fa frustare e usare come cesso quando ne ho voglia. —
Giulia aggrottò le sopracciglia, incuriosita. — Lo fa davvero per sua volontà? — — È nata per servire — rispose Sofia. — Se vuoi, te la presto. Con questo caldo, una lingua umida tra le dita è un vero lusso. — — Saresti disposta a cedermela? — — Certo, ma non gratis. — — Ho solo venti euro in contanti ora — propose Giulia. — Venti euro? Giusto per arrivare all’intervallo. Spostati qui davanti, accanto a me. —
Giulia si accomodò alla destra di Sofia. Elena fu sollevata dalla sua signora e reindirizzata verso i piedi della nuova arrivata. — Ora, schiava, servi la mia amica. E vedi di non deludermi — ordinò Sofia. Elena obbedì, ma nel suo “Sì, Padrona” non c’era traccia di gioia. Leccare i piedi di un’estranea era un’umiliazione che non aveva il sapore del piacere, ma gli ordini di Sofia erano legge. Sfilò le scarpe di tela di Giulia e si mise al lavoro. I piedi di Giulia erano caldi, imperlati di sudore per l’afa estiva, ma Elena non rallentò. Pulì ogni residuo con la consueta maestria, mentre Giulia ridacchiava per il solletico, strusciando le piante sul viso della sottomessa.
Al termine del primo tempo, Sofia riscosse i venti euro. — Basta così, sguattera. Torna ai miei piedi — comandò Sofia. Elena si gettò sulle estremità di Sofia con una fame animalesca, leccando con un fervore che fece quasi sussultare la sua signora. Ma Giulia non ne aveva abbastanza. Estrasse altri trenta euro dal portafoglio. — Fino ai titoli di coda — propose.
Elena pregò in silenzio che Sofia rifiutasse, ma la bramosia di potere e denaro fu più forte. — Affare fatto — dichiarò Sofia, intascando le banconote. — La mia leccapiedi è tua fino alla fine della proiezione. — — Grazie — rispose Giulia, premendo con arroganza la pianta del piede sulla bocca di Elena. — Ora lavora, cagna. Mi sei costata cara, vedi di meritartelo. —
Elena riprese il suo compito meccanico, mentre Sofia usava la schiena della ragazza come un comodo poggiapiedi per il resto del film. Guardando le immagini sullo schermo, Sofia iniziò a fare piani per il futuro. Cinquanta euro all’ora per affittare la propria schiava nei cinema della città: un business eccellente per un essere che, in fondo, non era nient’altro che un oggetto da consumare.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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