Il casting

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Quello che segue è un resoconto crudo, forse difficile da digerire. I pensieri che leggerete appartengono esclusivamente al narratore, un uomo che ha trasformato il suo privilegio in un’arma.

Tutti pensano che i grattacieli di vetro e acciaio della finanza internazionale siano popolati da squali eleganti e donne in tailleur che scalano le gerarchie a colpi di master e duro lavoro. Qualcuno, con un candore quasi commovente, obietterà: “Ma non è vero, ci sono analiste brillanti, manager che studiano dodici ore al giorno per ottenere una promozione”. Complimenti. Bellissima favoletta da risorse umane. Ma la verità, quella che puzza di pelle e disperazione nei piani alti, è un’altra. Tutte vogliono salire, e tutte sono disposte a pagare il pedaggio. Come lo so? È il mio mestiere. Sono uno dei Senior Partner del fondo d’investimento più aggressivo di Wall Street. Uno di quelli che decide chi vola in jet privato a Dubai e chi torna a casa a contare gli spiccioli.

Ogni giorno, nel mio ufficio all’ottantesimo piano, vedo sfilare decine di queste arrampicatrici sociali, vestite con finta modestia, pronte a sacrificare qualsiasi ideale pur di ottenere la firma su quel contratto a sei zeri. E io? Io incasso. Prendo ciò che offrono. Cosa dovreste fare al mio posto? Proprio ieri, per esempio. Entra una stagista che sembra uscita dalla copertina di Forbes Under 30. Tailleur scuro, occhiali da vista per darsi un tono intellettuale, lineamenti affilati e un profumo che sa di ambizione. «Qual è il tuo obiettivo?» le domando, giocherellando con un tagliacarte d’argento. «Diventare Managing Director entro cinque anni,» risponde lei, con quella voce impostata che si impara ai corsi di public speaking. Quante volte l’ho sentita? Un miliardo. Tutte credono di essere speciali, ma tutte si infrangono contro il muro di chi detiene il vero potere. «Fascinoso,» le rispondo, appoggiando i gomiti sulla scrivania in mogano. «Ma ho trecento curriculum sulla scrivania. Tutti con voti massimi. Dimmi: perché dovrei scegliere te e non il tizio di Harvard che è entrato prima?» La ragazza abbassa lo sguardo. Fissa il nodo della mia cravatta di seta, poi gli occhi le scivolano inevitabilmente verso la cintura dei miei pantaloni sartoriali. Sanno perfettamente come funziona il gioco, ma l’ipocrisia borghese impedisce loro di fare il primo passo a parole. «Cosa saresti disposta a sacrificare per la partnership?» insisto. «Tutto,» risponde lei, le guance che si infiammano di un rossore traditore. «Sicura?» «Assolutamente.» «Bene. Allora capirai che in questo ambiente la prima regola è la lealtà assoluta verso il proprio mentore. Io sarò il tuo mentore. Sei disposta a obbedirmi ciecamente?» «Sì.» «In tutto?» «In tutto.»

Mi appoggio allo schienale della mia poltrona in pelle Frau. È la mia posizione preferita. Quella da cui mi godo lo spettacolo della dignità umana che va in frantumi. «Leccami le scarpe,» ordino.

Camilla — credo si chiamasse così — non esita un secondo. Perché dovrebbe? È una calcolatrice. E poi, chi ha davanti? Non un vecchio bavoso e in declino, ma un trentacinquenne all’apice della catena alimentare, palestrato, impeccabile, con un patrimonio che lei non riuscirebbe a guadagnare in dieci vite. Il successo facile. Il potere per osmosi. Altro che “duro lavoro”.

Camilla si inginocchia sul tappeto persiano, si china e inizia a passarmi la lingua sulla punta delle mie Oxford su misura. Parte dal cuoio lucido, indugia sulle cuciture e scende verso il margine della suola. Sollevo leggermente la scarpa destra, non per agevolarla, ma per obbligarla a inclinare la testa e leccare direttamente la suola di gomma. Mentre è concentrata sul piede destro, alzo il sinistro e glielo pianto dritto sulla nuca, premendole la faccia contro il pavimento. «Ecco, fammi vedere la tua dedizione aziendale,» la schernisco, ruotando il tacco sui suoi capelli perfettamente piegati. La sto trattando come uno zerbino e lei cosa fa? Continua a leccare. Credo che, nel suo contorto cervello da arrampicatrice, pensi di star accumulando punti. Alle donne, sotto sotto, il potere spietato eccita da morire. E io sono la spietatezza fatta persona.

Mi sfilo le scarpe e i calzini in filo di Scozia. Prendo i calzini umidi e glieli spingo a forza in bocca. «Mettiti a quattro zampe,» le ordino. «Fai la bestia da soma.» Lei mugola, la bocca ostruita, ma si posiziona. È ridicola nel suo tailleur costoso, ridotta a un cane ubbidiente. Mi alzo dalla scrivania e mi siedo a cavalcioni sulla sua schiena, sollevando i piedi da terra. Lei è sottile, ossuta; il mio peso la schiaccia, le braccia le tremano visibilmente. «Fatti un giro per l’ufficio. Fammi strada,» la incito, colpendola ai fianchi con le ginocchia.

Camilla compie qualche metro incerto, tremando per lo sforzo, mentre io mi godo il panorama di New York dall’alto. Non mi basta. Alzo i piedi nudi e glieli piazzo direttamente sulle guance, premendo gli alluci contro il suo naso per toglierle il fiato. Lei ha la bocca tappata dai calzini, inizia a soffocare, ansima disperata. Le braccia cedono. Crolla in avanti, sbattendo il mento contro il parquet con un rumore secco. «Ti ho forse detto che potevi fermarti, stupida?» abbaio. «Mmmf… no… mmm padrone…» cerca di balbettare attraverso la stoffa.

Scendo dalla sua schiena, le infilo due dita in bocca e le strappo via i calzini incastrati sul palato. Le tiro due schiaffi violenti, lasciandole le guance di un rosso acceso, poi le schiaccio di nuovo la testa contro il pavimento con la pianta del piede nudo. «Lecca. Puliscimi i piedi,» comando. E lei ubbidisce. «Sei un insetto. Una nullità. Ma lo vuoi l’ufficio ad angolo, vero? Lo vuoi il bonus a sette cifre, le cene da Per Se, il rispetto dei tuoi colleghi falliti… E allora dimostrami che vali qualcosa!»

Non può rispondere. È troppo impegnata a far scivolare la lingua tra le dita dei miei piedi, rimuovendo il sudore con una precisione chirurgica. Torno a sedermi sulla poltrona e me la godo. Mi diverte bloccarle la lingua tra l’alluce e l’illice, per poi spingerle il piede a fondo nella gola finché non le provoco conati di vomito. Ha una bocca stretta, e i suoi piccoli gemiti soffocati sono una melodia che mi fa impazzire. Dopo dieci minuti, mi stanco. Le sfilo i piedi dalla faccia e la allontano con un calcio leggero alla spalla. «In piedi, puttana,» le dico. Ma, per accelerare i tempi, la sollevo io stesso tirandola per i capelli.

Mi alzo in piedi. Siccome non voglio sporcarmi di nuovo le piante dei piedi appena lucidate, glieli pianto direttamente sulle mani che lei tiene appoggiate a terra per sostenersi. È intrappolata sotto di me, la testa piegata all’indietro. Mi sbottono i pantaloni e abbasso la zip. «Tirami giù i boxer,» ordino. Mi guarda, confusa. Le sue mani sono schiacciate dal mio peso. «Con i denti, idiota! Muoviti!»

Usa la bocca per agganciare l’elastico e tirarlo giù. Il mio cazzo, teso come una barra d’acciaio, le scatta in faccia colpendola sulla guancia. «Guarda che investimento sicuro,» rido, accarezzandomi la base. «Ora incassa i dividendi.»

Camilla se lo prende in bocca con l’esperienza di chi sa esattamente come negoziare. Se lo fa affondare in gola fino a strozzarsi, poi usa la lingua con una tecnica impeccabile, baciandomi lo scroto e risucchiando la cappella con passione. Non ho idea di dove abbia imparato — forse all’università, forse con il fidanzatino che ora la aspetta a casa illudendosi di avere una donna in carriera. Il pensiero di sborrare nella bocca di una donna già marchiata da un altro mi infastidisce appena, ma me ne faccio una ragione.

La conclusione è un rito che non va preso alla leggera. È il momento in cui devi imprimere a fuoco il tuo disprezzo. Niente sborrate coreografiche in faccia. Voglio la dominazione totale. Le afferro i capelli con entrambe le mani, stringendo la sua testa contro il mio inguine, e le innesco l’orgasmo dritto in gola. Vengo con una violenza che la fa strangolare, riempiendole l’esofago di seme caldo e denso. Il fatto che stia annaspando per l’aria amplifica il mio piacere.

Quando ho finito, mi sfilo dalla sua bocca, mi pulisco distrattamente il cazzo sulla spalla del suo blazer Armani e mi rimetto a sedere. «Rimettimi i calzini,» sentenzio. È devastata. Ha il trucco colato e gli occhi rossi, ma obbedisce in silenzio. Le faccio infilare anche le scarpe. «Il colloquio è finito. Puoi andare.» «Quindi…» balbetta, tossendo, con la voce ancora incrostata del mio sperma. «Il posto è mio?» Scoppio a ridere, una risata fredda che rimbalza sui vetri del grattacielo. «Verrai valutata. Esattamente come le altre.» «Ma… io ho…» «Hai fatto quello che erano disposte a fare tutte le altre candidate prima di te. Ora sparisci. Ho una conference call.»

Camilla si alza, barcollando, e si dirige verso l’ascensore. Probabilmente ha già capito che non avrà mai quel contratto. Perché dovrei dare un ruolo da Managing Director a una sconosciuta solo perché ha saputo ingoiare? Quei posti sono già prenotati. Figli di senatori, nipoti di azionisti, amanti di soci anziani.

È così che funziona l’Olimpo in cui sognate tutti di entrare. E tu? Non vorresti mandare il curriculum?

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 25 Aprile 2026
Modificato: 25 Aprile 2026
Lettura: 8 min
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Generi:
Dominazione & BDSM
Tag:
Dark Erotica, Degradazione, Maledom, Umiliazione

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