Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Due anni. Tanto è bastato perché la mia dignità di uomo sbiadisse fino a diventare un ricordo sfocato, un rumore bianco in sottofondo alla mia nuova, silenziosa esistenza. Quando la Padrona mi propose il trasferimento nella sua villa tra le nebbie della campagna pavese, il mio cervello cercò di aggrapparsi a concetti come “diritti” o “libertà”. Ma la verità era più semplice: ero solo, precario, invisibile. Diventare il suo cane non è stata una caduta, è stata una liberazione.
I primi mesi sono stati un calvario di fango e vergogna. Imparare a svuotare le viscere all’aperto, sotto la pioggia battente o il sole cocente, mentre lo sguardo gelido della Padrona pesava sulla mia schiena curva, ha spezzato l’ultimo legame con la mia parte civile. Ora, la mia prospettiva è a quaranta centimetri da terra. Le mie mani sono diventate zampe, i palmi e le ginocchia ricoperti da calli spessi e scuri, la pelle indurita dal contatto perenne con il pavimento e il terriccio.
Il plug è una presenza costante, un nucleo di pressione nel mio retto che termina con una coda sintetica: il mio marchio di fabbrica. Mi viene rimosso solo per evacuare, un breve momento di vuoto prima che il mio rango venga ripristinato. Non esiste sapone, non esistono docce calde; solo il getto violento e gelido della canna da giardino che mi scuote i polmoni mentre la Padrona mi lava come si fa con una bestia da lavoro.
La mia casa è una cesta di vimini nell’angolo del porticato, o nel fango del giardino quando le notti estive sono troppo dolci perché io possa godere del riparo del tetto. Mangio e bevo dal suolo, il muso immerso nelle ciotole di metallo, imparando a nutrirmi senza l’ausilio delle mani, che ormai servono solo a sostenere il mio peso.
Non sono l’unico schiavo a varcare quel cancello, ma sono l’unico animale. Gli altri, quelli che vengono per sessioni temporanee, mi guardano con un misto di terrore e fascinazione. La Padrona usa la mia natura bestiale come strumento di tortura o di premio per loro. Mi aizza, mi comanda di montare quegli uomini tremanti, di sodomizzarli con la foga cieca di un cane in calore, o li costringe a inginocchiarsi davanti a me per mungere la mia frustrazione accumulata in settimane di astinenza forzata.
Vederli bere dal mio sesso, vederli ridotti a servire un animale, è il piacere supremo della mia Padrona. A volte, quando sono stato particolarmente ubbidiente, mi concede il premio più alto: il suo corpo. Mi accoccolo tra le sue gambe e uso la mia lingua con la resistenza e la precisione che solo un cane può avere, finché i suoi gemiti non diventano l’unico ordine che conta.
Non parlo più. Le corde vocali hanno dimenticato le parole, sostituendole con ringhi e abbai brevi, secchi, che risuonano nella nebbia di Pavia. Quando la Padrona mi accarezza la testa e dice che sono un perfetto cane da guardia, sento una scintilla di orgoglio primordiale.
L’uomo che ero è morto sotto il getto di quella canna da giardino. Ciò che resta è un animale fedele, senza passato e senza preoccupazioni. Sono un cane. E non sono mai stato così in pace.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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