Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Il vapore sale lento, avvolgendo lo specchio e saturando l’aria con l’essenza dei sali profumati. Ogni mio gesto è calibrato: la mano saggia l’acqua ossessivamente, cercando quel grado esatto di calore che la Padrona esige per le sue membra sovrane. Quando lei appare, il fruscio dell’accappatoio è il segnale della mia resa. In ginocchio, le sfilo le ciabatte come un calzolaio d’altri tempi, baciando la curva dei suoi piedi finché il suo calcetto, sprezzante ma preciso, non mi rimette al mio posto. La guardo immergersi, una dea che reclama il suo elemento, mentre io resto nudo sul pavimento freddo, in attesa.
Il “regalino” nella tasca è un monolite di silicone che pesa nelle mie mani. Fissarlo all’asse del water trasforma un oggetto d’uso comune in un patibolo erotico. Sotto il suo sguardo disteso, inizio la discesa. Il sapone brucia appena, ma è il diametro del dildo a mozarmi il fiato. Mi calo centimetro dopo centimetro, le smorfie di dolore dipinte sul mio volto sono il suo intrattenimento preferito. «Continua, S. Fammi vedere come ti apri per me». Saltello sul perno di gomma, sentendo le viscere sussultare, finché l’ordine di restare impalato non mi blocca. Sono un’esposizione di carne aperta, col cazzo che pulsa di un’eccitazione che rasenta l’agonia. Venire davanti a lei, in quella posizione assurda, è l’atto finale di un’espropriazione: il mio piacere è solo un tributo alla sua bellezza.
Poi, il turno del servizio. Estraggo l’intruso, lavo via i resti della mia virilità e mi trasformo in una spugna vivente. Accarezzo il suo seno, scivolo lungo la schiena, esploro la sua intimità con una delicatezza che contrasta col dolore che ancora pulsa nel mio ano. Asciugarla è un atto di devozione: ogni colpo d’asciugamano è una carezza frettolosa per proteggerla dal freddo, un massaggio che la prepara a tornare nel mondo mentre io resto nel mio limbo di umidità e vapore.
Ma la Padrona ha in serbo un ultimo lavacro. Mi ordina di occupare la vasca, ma non per rilassarmi. Mentre sono steso a pancia in su, la vedo torreggiare sopra di me, i piedi saldi sui bordi di ceramica. Si accuccia, una visione primordiale di potere, e apre le sue cateratte. Il getto caldo della sua urina mi inonda il petto, il viso, le labbra. È un calore organico che mi marchia più di qualsiasi profumo. Quando si svuota, il mio compito è ripulire la fonte: lecco la sua intimità con una fame che non conosce sazietà, assaporando l’essenza della sua giornata in ogni goccia dorata.
Il finale è una doccia fredda, letterale e metaforica. Il getto gelido del doccino mi scuote, lavando via il calore della sua urina e lasciandomi tremante nell’acqua ormai grigia. Lei si veste, scomparendo dietro la porta con la noncuranza di chi ha appena finito di usare un attrezzo utile. Resto solo, tra i vapori che svaniscono e le candele che si consumano, a strofinare il marmo e la ceramica. Sono pulito, sono svuotato, sono suo.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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