Febbre a 90

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Il coro delle mie amiche, Sabrina e Valeria, era una nota stonata e stridula contro il ronzio dei riflettori che tagliavano l’aria ferma di settembre. Davide, il nostro centravanti dai tratti gentili e il fisico da copertina, era davanti alla porta. Un tiro potente, una parata felina. Le ragazze urlavano, io mi limitavo a un sorriso di sufficienza.

Mi chiamo Micaela, ho ventisei anni e un destino già scritto tra i corridoi foderati di mogano dello studio legale di mio padre. Sono ricca, sono bella e porto addosso il profumo del privilegio come una seconda pelle. Ho ereditato una terza misura che sfida la gravità e un sedere che, fin dall’adolescenza, ha acceso desideri indicibili persino tra i rami del mio albero genealogico. Sono abituata a essere il sole attorno a cui ruotano pianeti di maschi adoranti. Davide mi guardava di nascosto, bramando quelle curve scolpite dal pilates e dalla genetica, ma io cercavo qualcosa che non puzzasse di dopobarba costoso e buone maniere.

Quella sera, l’aria è cambiata. I “nostri” ragazzi stavano pareggiando contro una squadra di spettri provenienti dai bassifondi, gente che vive dove l’asfalto è rotto e la speranza è un lusso. Sabrina li insultava, chiamandoli “ladri”, ma io non riuscivo a staccare gli occhi dal loro capitano. Poco più che ventenne, con una pelle olivastra e muscoli che sembravano corde di violino tese fino a spezzarsi. Aveva occhi neri, opachi, privi di quella luce rassicurante a cui ero abituata. Erano occhi che promettevano rovina.

Durante un contrasto, Davide finì a terra. Mi alzai, spinta da un’improvvisa ondata di stizza borghese. «Impotente! Sei solo un poveraccio!» gridai verso il capitano avversario.

Lui si fermò. Si girò lentamente e mi fissò. Per cinque secondi, il rumore del mondo svanì. Quello sguardo mi trapanò la t-shirt di Armani, mi spogliò, mi ridusse a un oggetto inerte. Sentii un brivido freddo risalire la schiena, un presagio di carne e ombra. Alla fine, vinsero loro. Un gol all’ultimo minuto che sapeva di schiaffo. Uscendo dal campo, lui mi cercò di nuovo. Non c’era ammirazione nei suoi occhi, solo una promessa di distruzione.

Mezzanotte era passata da un pezzo quando mi resi conto di aver dimenticato l’agenda e il cellulare sulla tribuna. Tornai indietro, camminando sola nel silenzio spettrale del centro sportivo. Il rumore dei miei tacchi sull’asfalto era l’unico battito di quella notte afosa. Recuperate le mie cose, un impulso masochista mi spinse verso l’area degli spogliatoi. Le luci erano ancora accese, velate dal vapore delle docce. Immaginai corpi nudi, mani che correvano su pelli sudate per scaricare l’adrenalina della partita.

Non feci in tempo a formulare un pensiero che una mano callosa mi sigillò la bocca. Una spinta brutale e mi ritrovai schiacciata contro il pavimento di piastrelle umide dello spogliatoio.

«Se urli, ti rompo la faccia, troia.»

Il tono era calmo, quasi annoiato. Mi girò con uno strattone e mi trovai davanti a lui. Mauro. Il capitano dei bassifondi. Era a torso nudo, la pelle lucida di sudore e acqua calda, l’odore di maschio selvatico che mi aggrediva i sensi.

«Cercavi qualcuno, principessa?» sogghignò, mentre con una mano mi sollevava la gonna e con l’altra artigliava le mie mutandine di seta bianca, strappandole con un unico, secco gesto di disprezzo. «Ti ho vista come ci guardavi. Volevi vedere come scopa un poveraccio, vero?»

Cercai di ribellarmi, di far valere il mio status, ma le mie parole annegarono nella sua bocca. Mi baciò con una violenza che sapeva di invasione, infilando la lingua come un cuneo mentre le sue dita ruvide torturavano il mio clitoride. Il contrasto tra la mia pelle profumata e il suo sudore pesante era un corto circuito.

«Inginocchiati,» ordinò, rialzandosi e liberando il suo sesso dai boxer.

Era un mostro di carne, venoso, arrogante nella sua erezione di venticinque centimetri. «Guardalo bene, perché stasera questo sarà il tuo unico Dio.»

Mi afferrò i capelli e mi costrinse a ingoiarlo. Il sapore di sale e virilità mi diede la nausea, ma anche un’eccitazione proibita che mi bagnò le cosce. Mauro non cercava piacere, cercava sottomissione. Mi rigirò di nuovo sul pavimento, strappandomi la maglietta come se fosse carta straccia.

«Dio mio,» mormorò, la voce che vibrava di una bramosia improvvisa. «Hai un culo che urla vendetta.»

Le sue mani iniziarono a palpare le mie natiche sode, separandole con prepotenza. Iniziai a piangere, implorandolo di non farlo, di non violare il mio orgoglio più grande. «Farò tutto quello che vuoi, ma lì no, ti prego…»

«Tu farai quello che dico io perché ora sei mia, non di tuo padre o dei tuoi amichetti griffati.»

Mi sollevò i fianchi, mettendomi a quattro zampe. Sentii la punta calda del suo sesso premere contro il mio orifizio vergine. Un attimo di esitazione, poi un affondo potente che mi spezzò il respiro. Un urlo lacerante rimbalzò contro le piastrelle. Il dolore fu atroce, una lacerazione che frantumò ogni mia certezza borghese. Mi stava sfondando il culo con la stessa rabbia con cui giocava in campo.

«Ti piace, eh? Ti piace sentire un vero cazzo che ti rovina quel buchetto perfetto?»

Le sue spinte erano martellate. Mi insultava, mi chiamava puttana, mi trascinava nel fango della sua periferia. Eppure, nel cuore di quel dolore lancinante, accadde l’indicibile. Il mio corpo traditore rispose. La violenza di Mauro, la sua potenza animalesca, l’odore acre del suo sforzo iniziarono a eccitarmi. Mi toccai la vagina e la trovai fradicia, una palude di desiderio che non sapevo di possedere.

«Sì… sono una porca… continua…» gemetti, abbandonando ogni difesa.

Mauro rise, un suono cupo e trionfante. Mi incitò con colpi ancora più profondi, finché non esplose dentro di me, riempiendo il mio retto con un calore denso e infinito. Ero in estasi, svuotata, vinta.

Ma non era finita. Mi voltò bruscamente, le gambe spalancate verso il soffitto. «Adesso scopiamo davvero.»

Mi possedette di nuovo, stavolta nella fica, con una foga che non lasciava spazio ai ricordi. Mi baciava i seni con morsi lievi, mi succhiava i capezzoli come se volesse strapparmi l’anima. Ero gelosa. Odiai ogni donna che lui aveva toccato prima di me, ogni “primadonna” che aveva punito in quel modo. Volevo essere l’unica a essere distrutta da lui. Venimmo insieme in un groviglio di grida e umori, mentre il vapore dello spogliatoio ci avvolgeva come un sudario.

Quando finì, Mauro si alzò e si rivestì con una freddezza che mi fece male più della penetrazione. Per lui ero stato solo un trofeo, una vittoria in trasferta. Mi guardò mentre ero ancora a terra, nuda e tremante.

«Tieni, mettiti questa,» disse, gettandomi addosso una sua vecchia maglietta rossa sudicia. «Eviterà che qualcun altro ti stupri mentre torni nel tuo attico. Anche se credo che ti piacerebbe, troia.»

Uscì sbattendo la porta. Restai sola, con il dolore che bruciava tra le natiche e il seme di un bastardo che mi colava tra le cosce. Mi toccai, sentendo la pelle irritata e lo sfregio del suo possesso. Ero stata violata, umiliata, calpestata. E per la prima volta in ventisei anni, mi sentivo finalmente reale.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 23 Aprile 2026
Modificato: 23 Aprile 2026
Lettura: 6 min
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Generi:
Dominazione & BDSM
Tag:
Dark Erotica, Degradazione, Maledom, Umiliazione

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