Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
“Lecca, troia.”
Quella “r” moscia, vibrante e francese, mi trapassò da parte a parte. Ero in ginocchio, con il fiatone e il mio stesso seme che colava sul pavimento, eppure, nonostante l’orgasmo appena consumato, sentivo il sangue rifluire prepotentemente verso il basso.
L’avevo scovata su Tinder. Lei era una studentessa di Bordeaux, tutta sorrisi e freschezza campagnola; io un quarantenne che pensava di aver visto tutto. La compatibilità digitale era stata fulminea, ma è stata la mia onestà a cambiare il gioco. Quando le avevo confessato il mio bisogno di essere dominato, mi aveva risposto con l’immagine di un ragazzo in mutandine rosa ai suoi piedi. “Il mio ex,” aveva scritto. In quel momento, il desiderio è diventato un’ossessione.
Ci eravamo visti in un bar del centro. Era deliziosa, solare, la tipica ragazza con cui passeresti ore a parlare di viaggi e sogni. Ma è stato quando abbiamo varcato la soglia del suo appartamento che la maschera è caduta. Il tempo di chiudere la porta a chiave e il mondo è cambiato.
“Spogliati. In ginocchio,” ordinò. Il tono era diventato secco, metallico. Provai a sorridere, pensando a un gioco di ruolo, ma la sberla che mi colpì la guancia fu reale, bruciante e carica di una promessa oscura. “Muoviti.”
In venti secondi ero nudo, spogliato della mia dignità di adulto, in ginocchio sul parquet del suo soggiorno. “Ora segati. Chiamami quando hai finito,” concluse, lasciandomi solo con il mio desiderio e una telecamera invisibile che sembrava scrutarmi da ogni angolo. Mi sono menato il cazzo con una furia cieca, eccitato dal pensiero di lei nell’altra stanza. Quando sono venuto per terra, un fiotto denso e disordinato, l’ho chiamata.
Tornò subito. Guardò la chiazza bianca sul pavimento con un disgusto che mi fece vibrare. “Che cazzo hai combinato? Puliscilo immediatamente. Lecca.” “Ma non mi avevi dato un ordine preciso…” provai a biascicare. Un altro schiaffo, più violento del primo, mi zittì. “Non ti ho dato il permesso di sporcare casa mia. Inginocchiati e mangia tutto.”
Mentre cercavo il coraggio di abbassare il viso verso il pavimento, sentii il rumore del cuoio. Sfilò la mia stessa cintura dai passanti dei miei pantaloni. La prima cinghiata sul culo fu un lampo di dolore che mi fece inarcare la schiena. “Vado avanti finché non avrai finito di pulire,” disse con quella sua erre francese, ora terribilmente fredda. Leccai. Ingoiai ogni goccia del mio sperma, umiliato dal sapore e dal sibilo della cintura che continuava a colpirmi ritmicamente sulle natiche.
Quando il pavimento tornò lucido, lei smise. Si sedette sulla poltrona davanti a me, le gambe incrociate. “Ci divertiremo, noi due,” mormorò. “Ma non sono una che si concede subito. Per oggi, dovrai accontentarti.” Mi ordinò di sdraiarmi a pancia in su e mi bendò. Il buio amplificò i miei sensi. Sentii il peso di una maschera-fallo sul mio viso: un piccolo dildo mi riempiva la bocca, mentre l’asta esterna svettava verso il soffitto.
Sentii il suo profumo avvicinarsi, poi il calore della sua intimità. Si sedette sulla maschera, proprio sopra la mia bocca, e iniziò a saltellare. Io ero immobile, cieco, sentivo solo i suoi gemiti leggeri e il rumore della carne che sbatteva contro la gomma. Il mio cazzo era di nuovo di marmo; lei lo accarezzava con le unghie, graffiando il glande, scappellandolo con una crudeltà deliziosa.
Prima di venire, spinse con forza, affondando tutto il dildo nella sua fica fradicia. Quando ebbe finito, si alzò, si rivestì con la calma di chi ha appena finito di fare colazione e mi tolse la benda. “Puliscilo. Per oggi il mio sapore lo sentirai solo così.” Afferrai il fallo nero, viscido del suo umore bianco e denso, e lo ripulii meticolosamente con la lingua, cercando di suggere ogni traccia del suo piacere.
“Bene. Ora sistema la cucina, vestiti e sparisci. Ti chiamerò io.”
Quella sera, il telefono vibrò. “Sei stato bravissimo oggi. Torna domani alle 16:00. Sarò più cattiva, ma anche più disponibile. P.S. Depilati completamente.”
Non vedevo l’ora di sentire di nuovo quel dolore. E quel sapore.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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