Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
L’odore di cuoio e di corda di canapa satura l’aria della stanza, mescolandosi al profumo muschiato della pelle della Padrona. Sono nudo, steso sul letto, e il mondo si è ridotto ai suoni dei suoi passi decisi e allo scatto secco dei nodi che si stringono. Le mie ginocchia vengono divaricate con una forza metodica; sento le funi ruvide mordere la carne mentre lei le assicura alla testiera d’ottone. La trazione è calcolata al millimetro: le gambe sono spalancate, il bacino è costretto a sollevarsi, offrendo il mio ano come un calice esposto alla luce della lampada. Non c’è spazio per il pudore, esiste solo la geometria della mia sottomissione. Quando passa ai polsi, bloccandoli in alto, perdo l’ultimo barlume di autonomia motoria. Ogni mio arto è un tirante, ogni mio muscolo è al servizio della sua visione. Per completare l’opera, sento le dita della Padrona che ripiegano i miei piedi contro le cosce, fissandoli con giri stretti: ora sono un groviglio di carne impossibilitato a qualsiasi difesa, un oggetto inerte che attende di essere scolpito.
La Padrona si siede sul materasso, proprio lì, al centro della mia visuale distorta tra le cosce. Il suo sguardo è una lama fredda che mi percorre. Prende un cordino sottile e inizia il rituale sui miei genitali. Il primo giro intorno alle palle mi mozza il respiro; il secondo le separa, strizzandole in una morsa che proietta una scossa elettrica dritto al basso ventre. Poi tocca al cazzo: la corda avvolge la base e la corona, tendendosi poi verso l’alto, legata anch’essa alla testiera. Il mio pene è in trazione perenne, un arco teso pronto a spezzarsi. Non contenta, sento il morso gelido dei morsetti sui capezzoli. Il dolore è acuto, un pizzico che incendia il petto, e quando lei collega il cordino dei morsetti alla fune del pisello, ogni mio respiro diventa un gioco di pesi e contrappesi: se il cazzo sussulta, i capezzoli bruciano; se il petto si gonfia, la trazione sul glande aumenta.
Vedo un riflesso metallico tra le sue dita. Un gancio anale. Sento lo sputo caldo della Padrona colpirmi tra le chiappe, seguito dalle sue dita esperte che lubrificano l’ingresso con una lentezza snervante. Poi, la pressione. La pallina d’acciaio forza lo sfintere, entra con un “plop” sordo che risuona dentro le mie viscere. È una presenza aliena, fredda, ingombrante. Ma il vero supplizio inizia quando lei lega l’estremità del gancio alla testiera, tirando la corda finché il metallo non preme contro le pareti più profonde del mio intestino. In quel momento, la benda scivola sui miei occhi. Il buio mi inghiotte e con esso svanisce ogni riferimento spaziale. Sono un salame di carne e nervi, un groviglio di corde tese nel vuoto.
La prima frustata arriva senza preavviso. Uno schiocco secco, poi il bruciore atroce sulla natica sinistra. Il mio corpo reagisce d’istinto, tenta uno scatto per sfuggire al dolore, ma è l’errore peggiore che potessi commettere. Muovendomi, mando in trazione simultanea tutte le corde: i morsetti strappano i capezzoli, il laccio segna la cappella, il gancio preme con violenza contro la prostata. Sono prigioniero del mio stesso dolore. E via con la seconda, la terza, la decima. Le frustate si susseguono ritmiche, pesanti, trasformando il mio culo in una mappa di fuoco. Il Padrone conta a voce bassa, una litania crudele che si ferma solo a quaranta. Il mio respiro è un rantolo, il sudore mi imperla la fronte sotto la benda, e il battito del cuore sembra voler squarciare il petto.
Sento il suo fiatone, il calore del suo corpo che torna vicino a me. La sua delicatezza nel rimuovere il gancio è quasi paradossale dopo tanta violenza; sento il muscolo che tenta disperatamente di richiudersi mentre il metallo scivola fuori. Poi, le sue mani. Quelle mani che sanno distruggere sanno anche incantare. Accarezzano le mie cosce martoriate, sfiorano le palle viola e tese, risvegliando un’eccitazione che rasenta il delirio. Sento qualcosa di nuovo appoggiarsi al buchino. Non è carne, è un materiale sintetico, lungo, implacabile. Lo strapon entra con una lentezza cerimoniale. La Padrona mi possiede con colpi dolci, metodici, uno stantuffare che mi fa vibrare fin nel midollo. Vorrei venire, vorrei urlare il mio orgasmo, ma i lacci che mi strozzano i genitali impediscono il rilascio. Sono un vulcano otturato, costretto a godere del solo attrito, della sua dominazione che mi penetra l’anima prima ancora del corpo.
Quando finisce, sento il peso della sua assenza. Un bacio leggero sulla fronte, quasi materno, e il rumore dei suoi passi che si allontanano verso il bagno. Sento lo scroscio della doccia, il vapore che immagino riempire la stanza accanto. Io resto qui, crocifisso al mio desiderio, con la pelle che pulsa e il cuore colmo di una devozione assoluta. Sono il suo giocattolo, la sua opera incompiuta, e non desidero altro che attendere il momento in cui le sue mani torneranno a sciogliere, o a stringere, il mio destino.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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