Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Mi chiamo Luisa, ho 26 anni e un corpo che ho sempre considerato un tempio di curve discrete: un seno sodo che non ha bisogno di artifici e un sedere che, lo so bene, calamita gli sguardi. Ma dietro questa facciata da ragazza perbene, covavo da anni un desiderio scuro, una fantasia che mi faceva battere il cuore a un ritmo irregolare ogni volta che provavo a confessarmela: volevo sentire su di me la potenza ambigua di un corpo transessuale.
Venerdì notte la curiosità ha rotto gli argini. Erano l’una passata quando ho imboccato quella strada di periferia, un teatro di ombre e luci al neon dove la carne è in vendita. Cercavo di nascondermi dietro i miei lunghi capelli, il cuore in gola a ogni faro che incrociava il mio specchietto, finché non l’ho visto. Era un’apparizione: una statua mulatta alta un metro e ottanta, capelli corvini che le scendevano sulle spalle e un seno prorompente che sfidava la seta del top. Il trucco era pesante, da diva, ma i lineamenti tradivano una mascolinità fiera, un contrasto che mi ha eccitata all’istante.
Mi sono fermata. Il finestrino è sceso piano. Lei si è affacciata, l’alito profumato di tabacco e menta. «Venti per la bocca, trenta l’amore», ha detto con quel graffio brasiliano nella voce. Poi i nostri occhi si sono incrociati e il gioco è cambiato. Mi ha squadrata con una lentezza predatoria. «Con te, cinquanta a casa mia». Senza aspettare risposta, ha aperto la portiera ed è salita. Non sono riuscita a emettere un suono. Guidavo nel silenzio, guidata dalle sue indicazioni, mentre la sua mano grande iniziava a risalire la mia coscia nuda, infilandosi sotto l’orlo del vestito fino a saggiare l’umidità delle mie mutandine. Sapeva già di avermi vinta.
Siamo entrati in un appartamento anonimo, un rifugio che odorava di incenso e lozioni costose. Mi ha versato due bicchieri di vodka liscia, un calore liquido che ha messo a tacere l’ultima traccia di esitazione. Mentre lei faceva la doccia, io bevevo, sentendo il desiderio trasformarsi in un’urgenza dolorosa. Quando è uscita, indossava un completo intimo rosso fuoco che esaltava la sua muscolosità flessuosa. Mi ha baciata sulla bocca: il sapore del rossetto e la sua lingua esperta mi hanno scosso come una scarica elettrica.
In camera mi ha ordinato di spogliarmi. Sono rimasta nuda davanti a lei, tremante, mentre le sue mani correvano sui miei capezzoli tesi e scendevano verso il mio sesso, ormai completamente spalancato. Mi ha fatta distendere, allargandomi le gambe con una decisione che non ammetteva repliche. La sua lingua ha trovato il mio centro, lavorando con una sapienza che mi ha portata al colmo del piacere in pochi secondi. Sono venuta gridando, premendole il viso contro la mia passerina, i miei umori che le bagnavano il trucco perfetto.
Si è alzata con un sorriso calmo, quasi regale. Ed è stato allora che l’ho sentita: la sua cappella, calda e incredibilmente vasta, ha iniziato a premere contro di me. Lentamente, ma con una forza implacabile, si è fatta strada. Mi sentivo impalata, riempita oltre ogni limite immaginabile. Ogni spinta profonda toccava le ovaie, un dolore sottile che si fondeva con un piacere accecante. Il suo seno premeva contro il mio, una perversione fisica che mi faceva impazzire. Mi dimenavo, cercavo di sfuggire a quell’invasione totale, ma riuscivo solo a intensificare la penetrazione. Sono quasi svenuta, le mie grida soffocate dai cuscini, mentre lei mi guardava dall’alto, soddisfatta del naufragio dei miei sensi.
Quando si è alzata, mi ha chiesto di succhiarla. Ho visto la sua virilità in tutta la sua magnifica prepotenza. Ho iniziato a leccare, assaporando i miei stessi succhi su quel fusto di carne tesa. Il sapore era ferroso, primordiale. Ma non le bastava. Mi ha fatta mettere in ginocchio, dandomi le spalle. Mi ha presa da dietro, allargandomi con un affondo che mi ha mozzato il fiato. In quella posizione, la sentivo ancora più grossa, una presenza che reclamava ogni mio spazio interno.
Poi, ha preteso l’ultimo tabù. Mi ha ordinato di allargarmi le natiche con le mie stesse mani. Ho provato a resistere, ma i miei muscoli erano già arresi. Ha usato un tubetto di crema, dilatando lo sfintere con le dita a forbice, prima di appoggiare la punta del suo cazzo bagnata dei miei umori proprio lì, sul buchino che pulsava di terrore e bramosia. La spinta è stata decisa. Il dolore del superamento dello sfintere è durato un attimo, poi è stato sostituito da una sensazione indescrivibile di pienezza. Il suo scroto sbatteva contro la mia passerina mentre venti centimetri di carne sparivano nel mio culo. Mi masturbavo selvaggiamente, in ginocchio, mentre lei mi scavava da dentro. Sono venuta per la terza volta, stordita, senza fiato, persa in un oblio di piacere proibito.
Per finire, ha voluto il suo tributo. Mi ha legato le mani dietro la schiena usando il mio stesso reggiseno di pizzo. Mi ha presa per i capelli, costringendomi a guardarla mentre mi scopava la bocca con una ferocia metodica. Affondava fino in gola, facendomi sentire una piccola puttana nelle sue mani esperte. Quando è venuta, mi ha tenuto ferma la testa, obbligandomi a ingoiare ogni goccia del suo seme denso e amaro. L’ho fatto con una voluttà che mi ha spaventata.
Non sono più passata da quella strada. Ho paura di rivederla, perché so che se incrociassi di nuovo quegli occhi neri, non avrei altra scelta che tornare a essere il suo giocattolo, la sua schiava di una notte.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
Se questo racconto ha acceso i tuoi desideri, non fermarti alla semplice lettura. Fai il primo passo nel mondo reale: trova partner affini ed esplora le tue dinamiche su NodoNero.
🔥 Inserisci il tuo Annuncio, è gratis!Hai riconosciuto questo racconto come tuo e non hai autorizzato la pubblicazione?
Segnalacelo subito qui