Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Il tintinnio delle tazzine e il brusio sommesso degli avventori sono la cornice della mia ansia. L’ho trovato lì, seduto a un tavolino appartato ma pericolosamente visibile, l’autorità scolpita nel modo in cui occupa lo spazio. Non mi ha chiesto cosa desiderassi; ha ordinato per entrambi con la noncuranza di chi sa già come nutrire la propria proprietà.
Mentre sorseggiamo il caffè, le sue parole iniziano a tessere una tela di eccitazione e vergogna. Parla a bassa voce, descrivendo con precisione chirurgica le torture e i piaceri che ha riservato per me nei prossimi giorni. Ogni dettaglio è una lama che scava nel mio autocontrollo, mirato a farmi arrossire davanti agli sconosciuti che passano ignari accanto a noi.
Poi, il gesto che spezza ogni residua difesa.
«Sbottonali».
Eseguo con le dita tremanti sotto il bordo del tavolo. La sua mano scivola dentro, incurante della stoffa dei jeans, e cerca la carne. Quando trova il mio cazzo, le sue dita non sono gentili: spingono la pelle verso il basso con una pressione decisa, scoprendo la corona umida. Sento un brivido che mi percorre la schiena quando un suo dito strofina la cappella, raccogliendo il siero del mio imbarazzo.
Lo ritrae lentamente. Se lo porta al viso, inalando l’odore della mia eccitazione con una lentezza cerimoniale, per poi fissarmi negli occhi. «Puliscilo».
Piegare la testa, sentire il sapore della mia stessa bramosia sul dito del Padrone mentre un uomo a due tavoli di distanza legge il giornale, è un atto di devozione che mi svuota. Il rischio che qualcuno noti quel movimento così intimo e proibito rende il compito ancora più viscerale.
«In bagno. Aspettami con i pantaloni calati».
L’ordine è una condanna. Mi alzo, sentendo il peso dell’aria sulla pelle scoperta sotto la cerniera aperta, e mi rifugio nei servizi. Il bagno è pulito, ma l’odore di disinfettante e l’atmosfera pubblica mi trasmettono un senso di nausea e brivido. Ogni secondo che passo lì dentro, con i jeans alle caviglie, è un’eternità in cui il cuore batte contro le costole: chiunque potrebbe entrare.
Invece entra Lui. Chiude la porta alle sue spalle, sigillandoci in quel piccolo loculo di piastrelle. «Resta solo con i boxer. E sali sulla tazza».
Salgo in piedi sulla ceramica fredda, una posizione che mi rende grottesco e vulnerabile allo stesso tempo. Ora il mio sesso è esattamente all’altezza dei suoi occhi. Mi sfila i boxer con un movimento secco, lasciandomi completamente nudo nel bel mezzo di un locale pubblico.
La sua ispezione è minuziosa. Valuta la forma, l’umidità, la dimensione del mio cazzo con uno sguardo che non ammette repliche. Sento le sue mani grandi soppesare le mie palle, tirarle, scappellarmi con una curiosità quasi distaccata. «Girati».
Mi volto, offrendogli la schiena. Le sue dita mi divaricano le natiche, esponendo tutto. Sento il suo sguardo indugiare sul mio sesso che pende tra le gambe, una visione di totale abbandono. Poi, senza preavviso, affonda un dito dentro di me. Non c’è preparazione, non c’è dolcezza: gira il dito con una fretta incurante del dolore o del piacere che mi provoca. È un marchio, un modo per ricordarmi chi possiede ogni centimetro del mio corpo.
Poi, così come è iniziato, finisce. Estrae il dito, si sistema la giacca e senza dire una parola esce, lasciandomi nudo e tremante sopra un water in un bagno pubblico.
Quando finalmente mi ricompongo ed esco, il tavolo è vuoto. Al bar regna la solita routine mattutina, come se nulla fosse accaduto. Pago il conto, sentendomi un estraneo tra la gente normale, finché il telefono non vibra in tasca.
“Ci vediamo stasera da te.”
Il terrore e la bramosia si fondono in un unico nodo alla gola. La colazione era solo l’antipasto.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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