Cenere e veleno

Racconto

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Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Il neon del caffè all’angolo sfrigolava, proiettando una luce bluastra e malata sul tavolino di zinco. Iris non guardava la strada, ma il riflesso della propria faccia nel fondo della tazzina. Erano trascorsi quindici anni da quando quel mondo l’aveva masticata e sputata via, eppure sentiva ancora il sapore del ferro in bocca ogni volta che respirava. Era stanca di quella recita, nauseata dal contatto umano. Per troppo tempo la sua pelle era stata un territorio di conquista, una mappa di cicatrici invisibili tracciate da dita che non chiedevano mai permesso.

Mancava un solo incontro. Un ultimo debito da saldare con il passato, e poi avrebbe preso quel treno per il Nord. Avrebbe cambiato nome, di nuovo. Avrebbe cercato lavoro in una cucina industriale, dove il vapore e il rumore dei piatti avrebbero coperto i fantasmi.

L’uomo che l’aveva ridotta a un involucro vuoto, il suo vecchio “protettore”, il carismatico Julian, era finito in un fosso tre giorni prima, con due proiettili nella nuca. Julian era l’uomo che l’aveva sedotta quando era una studentessa universitaria, promettendole le stelle e regalandole solo il buio dei bordelli d’alto bordo. L’aveva violentata psicologicamente prima ancora che fisicamente, vendendola a soci in affari e politici corrotti per oliare i cardini di una carriera costruita sul fango. E lei, con quella demenza che chiamano amore, lo aveva adorato. Era stata ripudiata da tutti, isolata come una appestata, pur di restare al suo fianco mentre lui la offriva come un dessert a fine cena.

Ma il punto di rottura non era stato il dolore subito, bensì quello visto.

Iris ricordò l’ultima volta che era entrata nel “Santuario”, l’attico privato che Julian usava per i suoi affari più sporchi. L’aria era densa, opprimente, satura di un odore di tabacco costoso, disinfettante e umori sessuali. Lì aveva trovato Julian con una ragazzina dell’Est, una bambina che non poteva avere più di sedici anni. Era rannicchiata a terra, avvolta in un lenzuolo macchiato di rosso, il tributo di un’innocenza appena macellata.

Julian era al telefono, in piedi davanti alla vetrata che dominava la città. Rideva. Spiegava a un sottosegretario di Stato, un uomo che la nazione celebrava come un modello di virtù cattolica, che la “piccola russa” era stata domata e che sarebbe stata pronta per la serata di gala del venerdì.

In quel momento, l’amore maledetto che Iris aveva nutrito per Julian si era trasformato in cenere. La nausea l’aveva travolta, un vomito dell’anima che non poteva più essere trattenuto. Non poteva sopportare che quella bambina percorresse lo stesso calvario che aveva distrutto lei. Non poteva accettare che quegli uomini — i “rispettabili”, i “potenti” — continuassero a banchettare con la vita altrui mentre la gente comune sputava addosso alle donne come lei.

Julian non meritava un processo. In quel mondo, la giustizia ha troppi occhi chiusi. Meritava solo la fine.

La porta del bar si aprì con un tintinnio metallico. Un uomo magro, con una giacca a vento troppo larga e uno sguardo vitreo, si sedette di fronte a lei. Iris non disse una parola. Estrasse dalla borsa una busta spessa, il frutto di anni di umiliazioni messe da parte centesimo dopo centesimo. Erano i soldi della sua libertà. Li spinse verso lo sconosciuto. Era lui il sicario che aveva orchestrato la fine di Julian. L’uomo intascò il denaro e sparì nella pioggia, veloce come un pensiero cattivo.

Iris rimase sola, mentre il rintocco della pendola scandiva i suoi ultimi minuti in quella città.

Due immagini le squarciarono la mente, come lampi in un temporale. La prima: la sera in cui Julian l’aveva “battezzata”. In quel medesimo attico, l’aveva presa senza un filo di tenerezza, spezzandola e lasciandola in lacrime sul tappeto persiano. Eppure lei, dopo, gli aveva chiesto scusa, convinta di non essere stata abbastanza brava per lui.

La seconda: il pomeriggio in cui Julian l’aveva portata in un casale isolato. C’era un uomo anziano, un industriale che finanziava metà dei giornali del paese. Julian le aveva ordinato di spogliarsi e di subire ogni perversione di quel vecchio, minacciando di sfigurarla se avesse osato dire di no. Lei aveva ubbidito. Ricordava ancora la sensazione del sudore freddo dell’industriale sulla sua schiena, le sue mani nodose che la esploravano come se fosse carne da macello, mentre Julian restava a guardare sorseggiando un cognac.

Un conato di vomito le risalì la gola. Si alzò bruscamente, pagò il conto e uscì.

Sulla banchina della stazione, Iris respirò l’aria fredda della notte. Julian era cenere, il suo impero di ricatti era crollato con lui. Si chiese se avrebbe mai potuto guardare un uomo negli occhi senza vedere un predatore. Si chiese se le sue mani avrebbero mai smesso di tremare quando qualcuno si avvicinava troppo.

Non lo sapeva. Ma mentre il treno entrava in stazione, capì che per la prima volta in quindici anni, il suo corpo apparteneva solo a lei. Non c’era più nessuno a cui ubbidire, nessuno da accontentare, nessuno che potesse comprarla per dieci minuti di noia. Era l’inizio di una vita senza odori di sperma e sangue. Era, finalmente, il silenzio.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 25 Aprile 2026
Modificato: 25 Aprile 2026
Lettura: 5 min
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Generi:
Dominazione & BDSM
Tag:
Dark Erotica, Degradazione, Maledom, Umiliazione

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