Binario Zero

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

La giornata in ufficio era stata un lento naufragio di produttività, erosa da un’ossessione che premeva contro le cuciture del mio tubino di seta blu. Più volte, approfittando del silenzio della stanza, avevo fatto scivolare la zip posteriore fin dove la schiena curva verso le natiche, o aperto i bottoni sul petto fino a sentire l’aria condizionata gelare la pelle nuda tra i seni. Mi ero osservata allo specchio, le mani che correvano nervose sotto il tessuto, già bagnata, già perduta. Ero uscita sul balcone a fumare, guardando la folla anonima scorrere tre piani sotto di me: una massa indifferente a cui avrei voluto gridare la mia perversione.

La cena con Claudia in quella vecchia osteria sui navigli è stata solo il preambolo. Mentre lei parlava di progetti e scadenze, io annegavo nel vino rosso, un Cabernet che mi accendeva il sangue e annebbiava i freni inibitori. Guardavo Claudia: la sua scollatura, il modo in cui i passanti la squadravano, e mi sentivo complice di una recita millenaria. Ma ero io quella che stava per perdere il controllo. Ero io la malata di se stessa, quella che per trovarsi doveva necessariamente perdersi nei dettami dell’eccesso.

Quando Claudia se n’è andata per il suo appuntamento, mi sono ritrovata sola verso la stazione di Milano Centrale. L’aria di luglio era una carezza elettrica. Mi sono rullata una canna camminando verso i binari, due tiri profondi che hanno dato lo scossone finale alla mia lucidità. Sentivo la fica pulsare sotto il lino blu, un peso umido che reclamava attenzione. Prima di salire sul notturno per Bologna, sono entrata nei bagni della stazione.

In quel cubicolo stretto, tra l’odore di cloro e di stanchezza, mi sono spogliata. Ho appeso il vestito, ho rimosso reggiseno e slip neri, infilandoli nella borsa. Sono rimasta nuda sui tacchi dodici, il corpo riflesso nel metallo opaco della porta. Mi sono accovacciata, aprendo le cosce fino allo spasmo, e ho iniziato a torturarmi con le dita. Dieci affondi feroci, a cucchiaio, mentre la mia voce roca rimbalzava contro le piastrelle. “Troia,” mi sono sussurrata, “sei solo una lurida cagna.” Mi sono rivestita senza intimo, il tessuto del vestito che aderiva alla pelle bagnata, trasudando umori che non accennavano a fermarsi.

Il treno delle 23:45 è sfilato lungo il binario come un serpente d’acciaio semivuoto. Sono salita puntando verso le ultime carrozze, quelle dove la luce dei neon trema e il corridoio sembra non finire mai. Nel penultimo vagone non c’era anima viva. Ho scelto uno scompartimento centrale, ho tirato le tendine con un colpo secco e mi sono seduta.

Il rumore ritmico delle rotaie accompagnava la mia frenesia. Ho sollevato il vestito fin sopra la vita, appoggiando i tacchi sui sedili di fronte, e ho ripreso a fottermi con le dita, gemendo nell’oscurità delle campagne lombarde che correvano fuori dal finestrino. Ma non bastava. Avevo bisogno del rischio, della vertigine di essere scoperta.

Sono uscita nel corridoio, il vestito completamente sbottonato sul davanti. Sono rimasta immobile, appoggiata al vetro, le tette interamente esposte al riflesso del buio esterno. Sentivo il cuore battere così forte da farmi male alle costole. Ad ogni stazione di passaggio, le luci dei lampioni mi fotografavano nuda, una visione fugace per chiunque fosse stato sul binario a guardare. Un rumore in fondo al vagone mi ha fatta sobbalzare; mi sono rifugiata nello scompartimento, il respiro affannato, infilandomi di nuovo le dita nella fica per calmare il terrore eccitante di essere stata colta in fallo.

Mi sono sballata di nuovo, finendo la canna e bevendo una birra calda presa poco prima. Dalla borsa ho estratto il mio compagno di viaggio: un fallo in silicone nero, venoso, che porto sempre con me da quando la perversione è diventata la mia unica legge.

Sapevo che il treno avrebbe rallentato prima della stazione di Piacenza. Ho ideato il gioco più sporco: ho abbassato il finestrino quel tanto che bastava per incastrare la base del fallo nella fessura, rivolto verso l’interno. Il tronco nero svettava contro il buio esterno, immobile.

Mentre le prime luci della stazione iniziavano a colpire i vetri, sono salita sui sedili con i tacchi. Mi sono tolta il vestito, lasciandolo cadere a terra. Nuda, arrampicata sul bordo del finestrino, ho afferrato il bordo con una mano mentre con l’altra mi massacravo la clitoride. Ho portato la bocca al fallo bloccato e ho iniziato a sbocchinarlo con una furia animale, proprio mentre il treno sfilava a passo d’uomo lungo la banchina illuminata.

“Guardatemi,” imploravo con la mente mentre la gomma mi affondava in gola. “Guardate questa cagna che si fotte da sola davanti a voi.”

C’erano persone sul binario. Tre ragazzi, un ferroviere. Ho visto le loro teste girarsi, le bocche aprirsi per lo stupore. Mi hanno vista. Mi hanno vista nuda, arrampicata come un animale in calore, mentre spompinavo un pezzo di plastica e mi sconvolgevo la fica con le dita. Ho agitato il bacino contro il vetro, schiacciando i seni contro la superficie fredda per dare loro uno spettacolo completo, girando la testa verso di loro con uno sguardo di sfida sottomessa.

Le luci della pensilina mi hanno abbandonata, il treno ha ripreso velocità sprofondando di nuovo nell’oscurità. Mi sono lasciata cadere sui sedili, arcuando la schiena in un ponte di carne vibrante. Ho afferrato il fallo, l’ho infilato a fondo nella mia voragine bagnata e ho iniziato a cavalcarlo con una violenza che non mi apparteneva. L’orgasmo mi ha colpita come un maglio, strappandomi grida rauche, animalesche, che hanno riempito l’intero vagone. Trenta secondi di spasmi continui, il corpo nudo e sudato che si contorceva mentre il silicone mi sventrava l’anima.

Fine.

Sono rimasta distesa, lo sguardo perso nel vuoto, mentre l’alcol e il fumo facevano ruotare il soffitto. Mi sono rivestita lentamente, raccogliendo il lino blu dal pavimento. Il ricordo degli sguardi di quei ragazzi sul binario era il mio trofeo. Prossima fermata: Parma. Ma per me, il viaggio era già arrivato alla sua meta più sporca.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 19 Aprile 2026
Modificato: 19 Aprile 2026
Lettura: 6 min
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Generi:
Esibizionismo & Voyeur
Tag:
Dark Erotica, Degradazione, Impact Play, Orgasm Denial, Voyeurismo

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