Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Il cielo sopra la statale sembrava una lastra di metallo incandescente, pronta a liquefarsi sul parabrezza. L’aria condizionata della mia auto sputava un freddo artificiale che non riusciva a lenire l’incendio che sentivo dentro. Ero reduce da un’estate a pezzi, con l’anima ancora sanguinante per il rifiuto del mio ex Master e della sua compagna; mi avevano scacciata come un cane randagio dal loro perimetro di giochi proibiti, lasciandomi orfana di un’autorità che mi facesse sentire viva. In quel vuoto pneumatico, la solitudine pesava più del calore.
Mancavano troppi chilometri alla prima stazione di servizio. Accostai in una piazzola polverosa, tra sterpi secchi e l’odore di gomma bruciata. Con movimenti febbrili, mi sfilai tutto: il reggiseno, le mutandine di pizzo nero, lo scalda cuore. Rimasi nuda sotto un mini abito di maglina bianca, un velo semitrasparente che non offriva alcuna protezione. Ripresi la marcia spalancando tutti i finestrini. L’aria torrida entrava nell’abitacolo trasformandosi in una carezza ruvida che risaliva dalle gambe fino alla fica, eccitandomi in modo furioso. Sollevai l’abito fino alla vita, lasciando il mio sesso esposto al vento e alla luce cruda del pomeriggio.
Superai un vecchio camion telonato con una manovra azzardata. L’autista, un uomo dal braccio tatuato appoggiato al finestrino, azionò il clacson ripetutamente. Dall’alto della sua cabina, la mia nudità era un invito scritto a caratteri cubitali. Non provai vergogna; provai una scarica elettrica. Mi feci sorpassare per studiarlo, poi lo ripassai di nuovo, stavolta abbassando la spallina del vestito e liberando un seno che offrii sfacciatamente al suo sguardo. Lui impazzì. Iniziò un inseguimento fatto di fari abbaglianti e sterzate, finché non mi tagliò la strada, costringendomi a inchiodare sul ciglio di un fosso.
Cercai di ricompormi, ma era tardi. Lui scese dal camion: era una montagna di muscoli grezzi, coperto di polvere e grasso. Si avvicinò alla mia portiera e la spalancò con una brutalità che mi fece sussultare. Senza dire una parola, si sbottonò i pantaloni ed estrasse un membro enorme, già furiosamente eretto. «Ti piace dare spettacolo, eh? Vediamo se hai il coraggio di reggere questo,» ringhiò.
Mi trascinò fuori dall’auto afferrandomi per un braccio. Avevo paura, sì, ma era una paura che mi faceva colare il desiderio tra le cosce. Mi strappò le spalline dell’abito, lasciandomi il petto nudo al sole, e mi spinse contro il cofano rovente della mia macchina. Mi mise a novanta gradi, le mani pesanti sulle mie natiche, e senza alcun preambolo mi penetrò nel culo. Un urlo di dolore mi squarciò la gola. Sentii la pelle cedere, un bruciore atroce che sapeva di sangue e lacerazione. Mi stava possedendo con una furia belluina, dandomi della mignotta a ogni spinta, mentre il mio orgoglio borghese si frantumava sotto i suoi colpi. Quando finì, mi inondò il retto di seme caldo e mi lasciò lì, piegata in due. Prima di andarsene, usò una penna per scrivermi il suo numero sulla spalla. «Chiamami, se hai ancora voglia di fare la troia in autostrada.»
Tornai a casa in uno stato di trance, sporcando il sedile di sborra e sangue, sentendo il culo battere come un cuore impazzito. Passai la notte sul bidet con il ghiaccio, giurando a me stessa di non cercarlo mai più. Eppure, il mattino dopo, la memoria del dolore era diventata un bisogno. Lo chiamai.
Ci incontrammo in una pizzeria desolata di periferia alle undici di sera. Arrivò sudato, l’odore acre del calcetto addosso, ma i suoi occhi neri mi fecero tremare. Mi baciò con una violenza che mi mozzò il fiato e mi ordinò di andare subito in bagno a togliere la biancheria. Quando tornai, sollevò il mio vestito davanti a tutti, incurante del cameriere che distolse lo sguardo, scandalizzato. «Vedi quel vecchio là in fondo?» mi disse, indicando un settantenne solo al tavolo. «Vai da lui. Offrigli un pompino con ingoio. Chiedigli dieci euro.» «Dieci euro? È un’umiliazione…» protestai. Il ceffone che mi arrivò sul seno fu così forte da farmi barcollare. «Non vali un centesimo di più. Vai.»
Ubbidii. Mi sedetti al tavolo dello sconosciuto e feci la mia proposta. Lui accettò con un luccichio torbido negli occhi. Lo seguii nel bagno degli uomini, mi sedetti su una tazza lurida, bagnata di urina, e feci quello che dovevo. Ingoiai ogni goccia del suo seme acido e tornai dal mio aguzzino con i dieci euro in mano. Lui rise, soddisfatto della mia sottomissione. «Brava cagna. Ora ti porto a una festa.»
L’appartamento dove mi condusse era un buco lercio in un palazzone di cemento. C’erano altri quattro uomini: un nigeriano imponente e tre suoi amici dall’aria rapace. Mi costrinsero a spogliarmi nuda al centro della stanza. Iniziò un incubo di schiaffi, calci e frustate con le cinghie dei pantaloni. Mi sputavano addosso, ridendo della mia dignità perduta, costringendomi a leccare i loro sputi dal pavimento. Poi, a turno, mi usarono come una latrina umana. Mi penetravano in ogni orifizio, a volte in due contemporaneamente, mentre altri mi infilavano il cazzo in bocca. Ero saturata di sperma: nei capelli, negli occhi, nelle viscere.
Quando furono stanchi, mi legarono al letto con delle corde ruvide e si misero a guardare il pugilato in TV, ignorando i miei lamenti. Al termine del match, tornarono da me. Mi colpirono allo stomaco finché non vomitai bile, poi mi penetrarono il culo con bottiglie di birra e manici di scopa, ridendo del mio dolore. Mi usarono ancora e ancora, finché non divenni un involucro vuoto di dolore e sborra. Infine, mi trascinarono in bagno. Non per lavarmi, ma per usarmi come scarico: pisciarono tutti su di me, inondandomi il viso e la bocca.
«È proprio una latrina di lusso,» commentò uno di loro, dandomi un calcio che mi fece cadere contro la vasca. «Portiamola giù. Vediamo se qualche porco se la compra per cinque euro.»
Mi fecero infilare il vestito, ma me lo arrotolarono in vita, esponendo i miei buchi martoriati e sporchi. Mi lasciarono sotto un lampione, sorvegliandomi dall’ombra. Una vecchia station wagon accostò quasi subito. L’uomo alla guida, un tipo trasandato, accettò il prezzo irrisorio. Mi caricò e mi portò ai margini di un parco, dove mi obbligò a un rapporto crudo, senza protezioni, sborrandomi dentro con un grugnito di piacere. Mi gettò i cinque euro in faccia e mi scaricò tra i cespugli.
Rimasi lì, nel buio, a ripulirmi come potevo con i lembi del vestito. Fermai un taxi e usai i quindici euro guadagnati col mio corpo per tornare nel mio mondo dorato. Non ho mai più chiamato quell’uomo, né i suoi amici. Ma oggi, mentre siedo nel mio ufficio o cammino per le strade eleganti della città, il ricordo di quella notte — del sangue, della sborra e della polvere — mi scalda il ventre, e mi ritrovo bagnata di un desiderio che nessuna carezza gentile potrà mai estinguere.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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