Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Per l’intero quartiere, Agata era la classica “buona vecchina”: l’ex insegnante di italiano che i ragazzi aiutano ad attraversare la strada, la donna devota che non manca mai alla messa domenicale. Figlia di un ricco industriale del boom economico, aveva ereditato una splendida villetta in una zona silenziosa di Milano, dove aveva accudito l’anziana madre fino alla sua scomparsa, avvenuta due anni prima.
Fu proprio allora che la casa, rimasta a lungo in uno stato di trascuratezza, riprese improvvisamente vita. Coincidendo con il suo pensionamento, Agata — che a sessantacinque anni era rimasta zitella per scelta — decise di gettare la maschera. Se per i vicini era un’innocua pensionata, i suoi ex alunni sapevano bene che dietro quel volto rassicurante si celava una stronza sadica di prima categoria.
I più “fortunati” tra loro — giovani maggiorenni, dotati di un bel fisico ma di scarso intelletto — venivano convocati con la scusa di lezioni private e finivano, irrimediabilmente, nel suo letto. Agata aveva scoperto tardi la passione per il sesso, ma lo aveva fatto con una voracità metodica: adorava i membri imponenti e il cunnilingus profondo. Non era raro vederla seduta in poltrona, intenta a ripetere ad alta voce una lezione di letteratura, mentre lo studente di turno, a quattro zampe, teneva la testa infilata tra le sue gambe. Per magia, le pagelle di quei ragazzi passavano dai 3 ai 7, grazie a compiti in classe e interrogazioni sapientemente pilotate.
Il “contratto” era chiaro fin da subito. Dopo aver testato la loro predisposizione, Agata li valutava nudi, obbligandoli a masturbarsi davanti a lei. I più dotati venivano promossi al rango di amanti; gli altri venivano relegati ai lavori domestici. Entrambi, però, erano accomunati da un unico dovere: l’uso instancabile della lingua.
Col tempo, Agata capì che il piacere di infliggere un brutto voto poteva essere sublimato nelle pratiche BDSM. Tra i suoi “stalloni”, iniziò a selezionare quelli con un’indole naturalmente sottomessa. Luigi fu l’incontro perfetto. Non era un genio, si applicava ma non arrivava mai alla sufficienza, ma possedeva un fisico statuario e una propensione alla schiavitù che Agata inquadrò all’istante. Appena compiuti i diciotto anni, lo convocò. Dopo qualche tentennamento iniziale, Luigi cedette, cadendo in totale adorazione per la sua professoressa.
Luigi veniva da una famiglia disastrata e la villetta di Agata divenne presto la sua vera casa. La donna non lo usava solo per il sesso: gli insegnò a prendersi cura del giardino, a tinteggiare, a restaurare mobili. Gli dava lezioni di vita e di mestiere, oltre che di italiano. E nei momenti di svago, gli insegnava l’arte di soddisfare una donna. Quando Agata riceveva altri “allievi”, Luigi veniva chiuso in una stanza a studiare, liberato solo a lezione finita.
Fu l’unico a restare anche dopo la maturità. Quando Agata andò in pensione, la nostalgia per i “nuovi arrivi” si fece sentire. Provò a farsi portare degli amici da Luigi, ma il bacino era troppo limitato. Fu allora che Agata scoprì internet. Iniziò a pubblicare annunci mirati, scritti da Luigi sotto sua dettatura, cercando esplicitamente “schiavi”. Le risposte arrivarono da tutta Italia.
Agata adorava il rituale: Luigi introduceva l’aspirante schiavo nudo e tremante nella stanza, dove lei procedeva a un’ispezione minuziosa. Poteva permettersi di scegliere il meglio: cercava pulizia, giovinezza e dimensioni, ma soprattutto disponibilità totale. Mentre studiava nuove pratiche al computer, c’era sempre qualcuno tra le sue gambe. Sperimentò anche con le donne, investì in attrezzature e trasformò la villetta in un centro di potere erotico.
Luigi era diventato il suo braccio destro, una sorta di “aiuto-padrona”. Gestiva l’organizzazione e il “quadernino nero” di Agata, dove erano annotati limiti, foto, punizioni e preferenze di ogni schiavo. Insieme, trasformarono la cantina in un Dungeon professionale: insonorizzato, ristrutturato e arredato con croci di Sant’Andrea, gabbie, cavalletti e carrucole.
Agata non lo avrebbe mai lasciato andare. Gli concedeva privilegi unici: baciare le mani, i piedi e l’accesso esclusivo al suo corpo. La lingua di Luigi rimaneva la migliore, il suo sesso il più solido. Luigi non era geloso; sapeva di essere speciale. Agata gli permetteva persino di usare gli altri schiavi, maschi o femmine, mantenendo un’atmosfera comunitaria quasi surreale. Spesso a tavola si ritrovavano in sei o sette: un clima piacevole, anche se qualcuno aveva appena ricevuto cinquanta cinghiate in cantina. Agata sapeva dividere il piacere dall’umanità: offriva pasti caldi e conforto a chi ne aveva bisogno, poco prima di usarli come giocattoli.
Agata se ne andò in un mattino di dicembre. Luigi, l’unico presente, pianse la sua scomparsa per giorni. Nel testamento, non avendo eredi, Agata gli aveva lasciato tutto: la casa e il patrimonio di famiglia. La sua ultima richiesta era chiara: continuare ad amministrare la villetta e gli schiavi così come avevano fatto insieme.
Oggi Luigi vive lì, custode di un’eredità fatta di cuoio e cultura, piangendo ancora, di tanto in tanto, la donna che lo aveva trasformato da studente fallito in un Padrone consapevole.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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