Il Prezzo del Perdono

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Il silenzio in salotto era così denso che sembrava di poterlo toccare. Elena era lì, scossa dai singhiozzi, ridotta a un cumulo di colpa e disperazione ai miei piedi. La scusa dell’alcol era un insulto alla mia intelligenza, un velo pietoso steso sopra un tradimento consumato con un ragazzino qualunque, solo per il gusto della carne. Ma ora la dinamica era cambiata. Il potere era scivolato interamente nelle mie mani, e lei lo sapeva.

«Davvero farai tutto quello che voglio?» le chiesi, la voce gelida che tagliava l’aria. «Tutto, te lo giuro… è stato un errore…» mormorò, senza osare alzare lo sguardo. «Tutto tutto? Anche quelle cose che non volevi mai fare? Quelle che definivi troppo… spinte?» «Ti prego, mettimi alla prova. Faccio tutto.»

La guardai dall’alto. La donna che per anni aveva dosato la sua disponibilità ora mi offriva un assegno in bianco. Ma il mio prezzo non era un semplice rapporto sessuale. Volevo la sua anima, volevo il controllo totale sulla sua esistenza. Quando le spiegai che da quel momento in poi non avrebbe più avuto potere decisionale, che ogni caffè con le amiche sarebbe stato subordinato al mio permesso e ogni errore pagato con il dolore, vidi il terrore passarle negli occhi.

«Ci… ci posso pensare?» azzardò. «Va bene. Ti do un minuto.»

Sessanta secondi di silenzio assoluto, interrotti solo dal ticchettio dell’orologio e dal suo respiro spezzato. Poi, il verdetto. «Va bene, accetto.»

«Spogliati. Immediatamente.» Le sue dita tremavano mentre sbottonava la camicetta. Quando arrivò alle mutandine, esitò un istante, cercando di conservare un ultimo briciolo di dignità. Un mio sguardo fu sufficiente a farle cedere l’ultimo baluardo. Ora era nuda, esposta, la pelle d’oca che le rigava le braccia sotto la luce impietosa dei faretti.

«In ginocchio. Mettiti a quattro zampe, come la cagna che sei.» Eseguì con una lentezza che tradiva l’umiliazione. Le girai intorno con calma, ammirando quel corpo che credevo di conoscere e che ora vedevo sotto una luce nuova: quella della proprietà. Le tette pendevano pesanti mentre lei cercava di tenere la schiena dritta. Con una mano le allargai le natiche, osservando i suoi buchetti contrarsi per l’imbarazzo e, paradossalmente, per un’eccitazione che non riusciva a nascondere. La mia santarellina era già bagnata.

«Bene, schiava. Raccontami la serata in cui mi hai tradito. Voglio ogni dettaglio.» Si voltò, uno sguardo di supplica che implorava pietà. Non ne avrei avuta. Mi sfilai la cinta di cuoio, la piegai in due e feci partire il primo colpo. Lo schiocco sulla carne morbida del culo fu come un colpo di frusta. Lei urlò, ma restò in silenzio. Secondo colpo. Terzo colpo. «Non posso…» singhiozzò. Il quarto colpo fu il più violento, lasciando una scia purpurea sulla pelle chiara. E finalmente, la diga crollò.

Iniziò a parlare. Le feci descrivere ogni tocco, ogni parola di quel ventenne, come lui l’aveva presa e cosa lei aveva provato. Ogni volta che cercava di omettere un particolare o di addolcire la pillola, la cinta tornava a colpire. Il suo culo era ormai segnato di viola, un quadro di sofferenza che però alimentava il suo desiderio più oscuro: la sua fica era gonfia, grondante, una contraddizione vivente tra il dolore che riceveva e il piacere che provava nell’essere finalmente ridotta a nulla.

L’eccitazione mi stava bruciando dentro. La feci salire sul divano, sempre a quattro zampe. Presi il lubrificante e le unsi quel buchetto vergine che per anni era stato un territorio proibito. Mi posizionai dietro di lei e, con una spinta decisa, mi presi quello che mi spettava. Era un paradiso: stretto, caldo, una morsa che mi toglieva il fiato. Sentii i suoi gemiti mutare, non più di dolore, ma di un piacere sporco, proibito. «Vedi che ti piaceva, troietta?» le sussurrai all’orecchio mentre la scopavo con foga, sentendo le mie palle battere contro la sua pelle bagnata a ogni spinta profonda.

Ero al limite. Mi sfilai dal suo calore, la feci girare e le puntai il cazzo alla bocca. Volevo che sentisse tutto: l’odore della sua stessa lubrificazione mista al lubrificante e al mio sapore. Lo succhiò con una dedizione che non le avevo mai visto, gli occhi fissi nei miei. Lo tolsi dopo pochi istanti e iniziai a segarlo davanti al suo viso. «Tieni la bocca aperta.»

Era una visione suprema. La donna del missionario, la compagna perfetta, ora era una schiava in attesa del seme del suo Padrone. Vennero quattro getti abbondanti, caldi, che le riempirono la bocca e le bagnarono il mento. Lei deglutì senza esitazione, mandando giù la prova della sua nuova condizione.

«Bene, schiava. Visto che non era difficile? Abituati a questo sapore e al bruciore tra le chiappe. Ti trasformerò in una troia d’alto bordo. D’ora in poi, in casa starai sempre nuda e disponibile. Chiaro?» «Sì…» «Sì cosa?» «Sì, Padrone

«Brava.» La baciai con violenza, mescolando le nostre lingue e i sapori della nostra riconciliazione perversa. Mi staccai guardandola negli occhi lucidi. «Bentornata.»

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 17 Marzo 2026
Modificato: 17 Marzo 2026
Lettura: 5 min
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Commenti: 💬 0
Generi:
Dominazione & BDSM, Tradimenti & Cuckold
Tag:
Degradazione, Feticismo, Maledom, Umiliazione

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